No Interview – Sem & Stènn ci parlano di omofobia nel loro ultimo video

Abbiamo incontrato Sem & Stènn per parlare dei temi affrontati nel loro video “You, Your Friend, Another Guy”, che ripercorre le persecuzioni subite dagli omosessuali nella storia, partendo dal martirio di San Sebastiano.

Intervista a cura di Egle Taccia

Avete pubblicato il video di “You, Your Friend, Another Guy”, il vostro nuovo singolo scritto e diretto da voi. Sentivate l’esigenza di parlare di un argomento importante?

Assolutamente, anche perché è un periodo un po’ particolare per il nostro Paese, dove sembra quasi che si stia un po’ tornando indietro su certe cose, c’è sempre il pericolo che si facciano dei passi indietro, quindi per noi è fondamentale veicolare dei messaggi forti e importanti attraverso il nostro modo di fare che è sempre un po’ provocatorio, ma penso che sia anche molto efficace per far passare certi messaggi importanti, anche perché i vecchi video di Baby Run e Bravo sono molto leggeri, quelli rappresentano un’altra parte di noi abbastanza fondamentale, ma adesso, arrivati alla fine di quest’era discografica, di quest’album, sentivamo l’esigenza di provocare e di dire qualcosa.

Quale storia volete raccontarci nel video?

Volevamo rappresentare un po’ quello che era l’amore libero un tempo, nell’epoca romana, e raccontare il martirio di San Sebastiano, che è una figura tra l’altro simbolo della comunità LGBT, e attraverso la figura di San Sebastiano raccontare il martirio degli omosessuali, che è un fenomeno che nella storia si è ripetuto diverse volte. La comunità LGBT è la comunità che ha subito più persecuzioni di tutte le comunità del mondo, quindi c’era l’intenzione di voler raccontare come l’amore libero sia stato spesso ostacolato dalle convinzioni e dal diffondersi di certe idee che la religione ha permesso di diffondere. È questo il racconto del video.

Viviamo in una società libera?

Parzialmente, diciamo che non è la più libera tra quelle che si possano desiderare, si potrebbe fare di più in tema di libertà di espressione. Abbiamo già superato dei grossi ostacoli attraverso una serie di lotte come il Gay Pride, che oggi si chiama Pride, grazie al quale è stato possibile conquistare determinati diritti, ma c’è sempre margine di miglioramento.

Come si combatte quest’ondata di intolleranza che sembra aver invaso il mondo?

Continuando a sdoganare questi aspetti. Più se ne parla in modo generale, anche attraverso la musica e l’arte, più l’argomento viene sdoganato e reso accessibile a tutti. Tenerlo chiuso come argomento tabù non aiuta assolutamente. Bisogna parlare e parlarne tanto, perché parlandone ne affermi l’esistenza e questa è la prima cosa, perché la tendenza è quella della negazione, negare l’esistenza della comunità o di una serie di comunità. È importante parlarne e riportare le proprie esperienze e le proprie storie per cercare di arrivare a più persone possibili.

Siete mai stati vittime di intolleranza?

Siamo stati sotto certi aspetti molto fortunati, ad esempio in famiglia e nel nostro gruppo di amici, dove per fortuna non abbiamo avuto problemi, però tutt’oggi sì. Nel mondo della musica spesso ci rendiamo conto che non veniamo presi sul serio al cento per cento per via della nostra immagine forte e provocatoria, anche perché in Italia c’è tanto l’idea dell’artista acqua e sapone con la chitarra in mano, no?

Credo che anche le donne non vengano viste molto bene nel mondo della musica…

Guarda caso le due cose sono collegate, nel momento in cui generalmente c’è omofobia automaticamente c’è misoginia, quindi credo che siamo entrambi, sia le donne che la comunità LGBT, portatori di messaggi che aprono e che siano fondamentali per arrivare a un livello di civiltà superiore.

Quanto è importante per voi utilizzare la musica per diffondere temi importanti?

È il nostro canale principale, quello che abbiamo scelto perché ci appartiene di più, e quindi, di conseguenza, non riusciremmo a farlo in maniera diversa probabilmente, però noi abbiamo anche un forte legame verso l’aspetto visivo, in realtà ci piace, attraverso la musica, comunicare anche dei messaggi visivi attraverso i nostri videoclip o durante le performance. Per noi è importante anche la corporeità e tutto quello che è fisico. Sono i nostri due canali preferiti.

Domanda Nonsense: Qual è l’ultimo pensiero prima di salire sul palco?

Quello di andare a fare la pipì e, visto l’ultimo outfit, il pensiero è stato “speriamo non si strappi”.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e Qube Music e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!