No New – Mambolosco e la sua “Arte”

Il 13 settembre è stato pubblicato “ARTE”, il primo album di MAMBOLOSCO su etichetta Virgin Records (Universal Music Italia), che segna un traguardo importante per l’artista e nel quale racconta il suo passato diviso tra l’Italia (dove è nato) e gli Stati Uniti (dove è cresciuto e torna spesso per ritrovare la sua famiglia paterna).

Il trapper italoamericano arriva a pubblicare il suo primo album dopo due anni di singoli e collaborazioni. Un lungo elenco che comprende il suo maggiore successo “GUARDA COME FLEXO”, che ha ottenuto il disco di PLATINO raggiungendo la quota di 26 milioni di stream su Spotify dove è rimasto stabile nella Top50 per 10 mesi consecutivi, e il follow up “GUARDA COME FLEXO 2”, disco d’oro con 22 milioni di riproduzioni.

MAMBOLOSCO, in questi due anni, ha dimostrato di essere un fattore di successo anche per i brani degli altri come dimostra la collaborazione con YUNG FELIX in “LOCO” e quella con BORO BORO in “LENTO”, successo quest’ultimo in Top 10 su Spotify con oltre 22 milioni di stream e già un disco d’Oro nel cassetto.

Lo abbiamo incontrato per saperne di più sull’album.

Intervista di Egle Taccia

 

È da poco uscito “Arte”, il tuo primo album. Cosa vuoi dirci con questo titolo?

L’ho chiamato “Arte” perché volevo dare un nome bello, importante, volevo che fosse d’impatto e poi volevo valorizzare quello che faccio, che per me è un’arte, anche se tanti parlano male del genere. A tanta gente non piace perché si dicono delle cose, ma secondo me è un’arte e va valorizzata, soprattutto adesso che è diventata mainstream, che è popolare… i ragazzi ascoltano questo, poi ce l’ho pure tatuato in faccia…

Ti muovi all’interno della scena trap, che come dicevi è spesso criticata e mal compresa per via dei messaggi che veicola. Tu che sicuramente conosci il genere in maniera più approfondita, essendo cresciuto negli Stati Uniti, pensi che questo snobismo nei suoi confronti sia un fenomeno tutto italiano?

No, assolutamente no. Negli Stati Uniti parecchio tempo fa la critica era forte, nel film che è uscito da poco si vede che a quel tempo non solo i genitori, ma anche la polizia li perseguitava, quindi a noi è andata bene.

Sentivi un po’ di pressione per questa uscita dopo il successo dei primi singoli?

Assolutamente sì, infatti quando l’ho fatto uscire mi sono tolto un peso di dosso immenso. Secondo me ancora adesso non sono pronto, non ho metabolizzato bene la cosa, perché da quando è stato pubblicato non sono ancora stato a casa. È uscito il 12 e io è dal 10 che sono in giro, quindi non vedo l’ora di tornare a casa, sedermi davanti al mio computer, vedere un po’ come stanno andando le cose e in quel momento realizzerò tutto.

Ti sei occupato praticamente di ogni aspetto dell’album, curandone registrazione e produzione, ma anche grafica e foto. Volevi che ti rispecchiasse al 100%?

Al 100%. Ho fatto tutto io, insieme al mio team, da zero. È un prodotto fatto interamente a Vicenza questo, dalle foto alle registrazioni, tutti i featuring sono venuti a Vicenza. Anche qui volevo dimostrare che non serve andare per forza nelle grandi città tipo Milano o Roma per portare a termine un progetto di questo calibro. Quindi sì, faccio tutto io dalla A alla Z.

Sei la riprova del fatto che anche nel mainstream se si vogliono fare le cose a modo proprio, curandone ogni aspetto, ci si riesce…

Assolutamente. Fortunatamente ho l’etichetta che mi appoggia al 100%, mi dà via libera, mi dice fai quello che vuoi, vai.

È un album in cui parli molto di te. La sensazione che ho avuto è che la musica sia stata il tuo rifugio, la tua ragione di vita in questi anni. È ancora così?

Ho avuto dei problemi con la legge ed ho trascorso un periodo a casa, quindi assolutamente sì, nelle giornate in cui non avevo niente da fare la musica è stata con me, sin da quando ero piccolo. Mio padre è americano e mia madre è italiana. Da parte di mio padre c’è stata sempre la musica in casa. Il sabato e la domenica mi svegliavo e c’era lui con la musica a palla, in macchina c’era sempre, quindi ha sempre fatto parte della mia vita, sin da quando ero bambino, e questa cosa mi ha influenzato tantissimo.

Hai vissuto tra l’Italia e gli Stati Uniti, avendo modo di assorbire le due diverse culture, facendole confluire nella tua musica. Ti senti più vicino alla scena italiana o a quella americana?

Bella domanda! Secondo me sono molto più americano, anche nel flow, nel vocabolario. Mi invento parole mie, americanizzo parole italiane, quindi sì, mi sento molto più americano.

Domanda Nonsense: Qual è la cosa più strana che un fan ha fatto per te?

Ce ne sono tantissime, però la cosa più strana di tutte è che un fan da pochissimo si è tatuato “Arte”. Io ce l’ho scritto in faccia, è il titolo del disco, e l’altro giorno a Napoli un fan aveva il mio stesso tatuaggio, nello stesso posto in cui ce l’ho io. Questa è sicuramente la cosa più strana che mi sia capitata.

Intervista a cura di Egle Taccia

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!