No Report – “An Evening with Manuel Agnelli”: un brindisi all’ironia intelligente

In una Forlì tendenzialmente pigra e poco incline alle novità, non stupisce poi troppo arrivare al Teatro Diego Fabbri e notare quanti biglietti risultino ancora invenduti ad un’ora dall’inizio dello spettacolo.

L’evento in questione è An Evening with Manuel Agnelli, reduce da un sold out dopo l’altro in varie parti d’Italia, un concerto che è molto più di un concerto, un reading che è molto più di un reading. Per fortuna è venerdì e la voglia di uscire dei romagnoli, alla fine, è più forte del richiamo pigiama+Netflix. La platea si riempie, così come la galleria del teatro, e tutto è pronto per accogliere due musicisti che, piacciano o meno, rappresentano una garanzia di altissima qualità.

Il salottino allestito sul palco ricorda l’atmosfera intima di “Ossigeno”, la trasmissione condotta da Agnelli su Rai 3 (la seconda serie è in onda in queste settimane): lampada, poltrone, tavolino con due calici di vino e appendiabiti. Il chiacchiericcio dell’attesa lascia spazio ad un silenzio dettato dalla curiosità, dalla voglia di iniziare questo viaggio. E in effetti di una sorta di viaggio si tratta. L’artista milanese, accompagnato dal fedele Rodrigo D’Erasmo, porta in scena un vero e proprio spettacolo, la storia di un percorso tra musica e parole, aneddoti e ricordi, in un approccio confidenziale che elimina da subito qualunque barriera tra palco e platea. Violino, chitarre, piano e Fender Rhodes sono gli strumenti tra i quali i due artisti si muovono con una disinvoltura impressionante, fino quasi a diventare un unico corpo. Per quanto concerne i brani, diversi quelli in scaletta firmati Afterhours, alcuni di rado presenti nelle set list del passato, molte cover e qualche lettura (come un brano tratto dalla “Poesia in forma di rosa” di Pasolini) a dare respiro tra una canzone e l’altra. La musica che va di pari passo alla parola, entrambe protagoniste, entrambe necessarie. Manuel parla, a lungo, senza filtri. Anticipa ogni brano con un racconto. Parla della scelta di portare avanti, da sempre, un discorso musicale libero e della difficoltà di farlo in un Paese come il nostro; racconta dei momenti di crisi nei quali sono nati alcuni album, come “Hai paura del buio?”, nei quali i soldi erano finiti e la fidanzata lo aveva lasciato, della musica soccorritrice, quella che gli ha permesso di parlare della morte del padre aiutandolo a buttare fuori un sacco di tossine, narra dell’adolescenza trascorsa in giro per l’Europa, dormendo spesso sui treni, della ricchezza acquisita attraverso il viaggio e, soprattutto, della voglia di fare sesso, il bisogno principale, visto che scopare in Italia era come scalare l’Everest, mentre in Germania ti saltavano addosso, e di come questa cosa lo abbia stimolato molto a livello culturale. Parla dei musicisti che lo hanno illuminato, da Nick Drake a Bruce Springsteen, da John Lennon a Lou Reed, fino a Kurt Cobain (di cui ricorre quest’anno il 25esimo anniversario della morte) che, seppur non sia stato un grande riferimento musicale per lui, ha rappresentato, negli anni ‘90, insieme ai Nirvana, un cambiamento, l’esempio musicale di come l’intera società stesse apparentemente evolvendo. Parla anche della possibilità di ascoltare, grazie ad XFactor, buona parte della musica che viene prodotta oggi, una valanga di merda, in mezzo alla quale, però, succede di scorgere anche cose molto belle, un esempio è “Video Games” di Lana del Rey, conosciuta grazie alla figlia. Racconta dell’incontro con Mina, della telefonata che credette essere uno scherzo telefonico e della richiesta, da parte della cantante, di scrivere un brano per lei con conseguente sindrome da foglio bianco…durata dodici anni! Non manca anche l’aneddoto, risalente al periodo trascorso a Londra, da fan sfegato di Elvis Costello, in cui andava in giro vestito come lui.

Ogni singola storia, pure la più disperata, viene narrata con un’ironia sorprendente, e forse è proprio questa la vera rivelazione di questo show: è palese la professionalità dell’artista in questione, così come la versatilità e la cura del dettaglio che hanno sempre caratterizzato la band, ma ciò a cui pochi erano davvero abituati è l’irriverente simpatia contagiosa di Manuel, collante perfetto di tutto il concerto.

Pochi altri saprebbero far convivere, all’interno dello stesso live, brani come “The killing moon”, “Male di miele”, “State Trooper”, “Martha” e “Ballata per la mia piccola iena” riuscendo a portare lo spettatore altrove, un altrove in cui i cellulari tornano ad essere spenti, gli occhi tornano vigili e il presente torna ad essere vissuto appieno. E allora viene assolutamente naturale lasciar andare la voce sulle note di “Non è per sempre” esattamente come lasciar scorrere le lacrime in “Quello che non c’è”, brano conclusivo di questa esperienza che definire mistica non è poi forse affatto eccessivo.

Report a cura di Cinzia Canali

Foto di Nicola Dalmo

Autore dell'articolo: Cinzia Canali

Cinzia Canali
Cinzia Canali nasce a Forlì nel 1984. Dopo gli studi, si appresta a svolgere qualunque tipo di lavoro, ama scrivere e ha la casa invasa dai libri. La musica è la sua passione più grande. Gira da sempre l'Italia per seguire più live possibili, la definisce la miglior cura contro qualsiasi problema.