No Report – Dead Can Dance, ineffabile bellezza

È un pubblico da grandissime occasioni quello che incontriamo la sera del 27 maggio 2019 al Teatro degli Arcimboldi di Milano, e non potrebbe essere diversamente: quarant’anni di carriera rappresentano una tappa formidabile per un percorso artistico, ed il fatto che a festeggiare un così importante anniversario sia un duo unico nel suo genere come i Dead Can Dance rende questa piovosa serata milanese ancora più eccitante.

Anche per la seconda serata dello spettacolo il botteghino ha da tempo dichiarato  sold out, e quello che possiamo osservare con estremo piacere è un teatro gremito da un pubblico alquanto eterogeneo, nel quale persone di mezza età si alternano a giovani, distinti ed eleganti signori si affiancano ad esuberanti rappresentanti del mondo gothic e metal, ma fin dall’attesa per l’apertura dei cancelli notiamo che una cosa accomuna tutti i presenti: una percettibile trepidazione, che si traduce in un brusio minore del solito, che ci fa capire quanto questa notte con i Dead Can Dance sia attesa come qualcosa di speciale.

Un’attesa che, si rivela da subito preludio di un’esperienza fuori dal comune, per la quale non è facile trovare le parole: i Dead Can Dance salgono sul palco alle 21:15 esatte, dopo un “quarto d’ora accademico” in cui il pubblico ha chiamato a gran voce la band, con frequenti scrosci di applausi che saranno una costante della serata.

A calcare il palco è la formidabile band che accompagna il duo, quindi un Brendan Perry vestito di scuro ed una Lisa Gerrard mistica ed eterea interamente vestita di bianco, la cui presenza illumina ulteriormente il palco ed il resto della band. Fanno il resto dei sapienti giochi di luce, con spot che concentrano l’attenzione ora sull’uno o sull’altro cantante e lampade laterali che disegnano suggestive geometrie colorate e proiettano immagini che rievocano gli stilemi artistici del mondo arabo e dell’estremo oriente.

Gli effetti speciali migliori però si rivelano essere le voci di Brendan e Lisa, cristalline e ancora intatte nonostante il passare inevitabile degli anni, a riprova del meticoloso lavoro su di sé e dell’ineguagliabile talento del duo anglo-australiano: la solenne apertura della cerimonia è affidata alla profonda voce di Perry, che intona subito il classico “Anywhere Out Of The World”, melodia oscura del 1987 con la quale il baritono inglese capta da subito l’unanime benevolenza dei presenti.

La prima parte dello show è tutta per Brendan, che incanta i presenti con vecchi brani dal sapore dark come “Mesmerism” e “Labour Of Love”, tracciando di fatto la strada per Lisa Gerrard in una maniera che la loro stessa mise ci aveva lasciato onestamente supporre, con la potente voce della contralto che esplode come una stella luminosa con la meravigliosa “Avatar”, brano luminoso che esalta i vocalizzi della Gerrard, capace di conquistare da subito un’ovazione dalla platea.

La scelta di un altro classico ad effetto come “In Power We Entrust The Love Advocated”, ovviamente affidata a Brendan, mostra come il gioco del tao funzioni, con le due voci maschile/terrena/oscura e femminile/celestiale/luminosa capaci di creare un perfetto, mistico equilibrio che accompagna i presenti in un’esperienza trascendentale.

Particolarmente suggestiva ci è sembrata l’ottava canzone del set: il puro british folk di “The Wind That Shakes The Barley” si esalta attraverso una semplicità dal sapore orientale, grazie ad un singolo spot che illumina la Gerrard, rimasta sola sul palco a cantare il brano accompagnata dal flauto, mentre i proiettori disegnavano una luna piena che sembrava sorgere in mezzo alla scena. Brividi e pelle d’oca per un’interpretazione che ci porta con l’immaginazione lungo le verdi colline d’oltremanica, ed è inevitabilmente un’altra ovazione per una Lisa emozionata e forse un po’ imbarazzata dal calore latino del pubblico.

Il viaggio nel tempo prosegue quindi con la band che rientra sul palco, proponendoci ulteriori momenti di deliquio, parola che difficilmente utilizzeremmo per descrivere un semplice concerto, grazie a classici come l’evocativa e misteriosa “Yulunga”, la giocosamente nostalgica “The Carnival Is Over” – con un meritato scroscio di applausi per Perry, che ringrazia a mezza voce – e quello che possiamo ricordare come il momento più solenne del concerto, con una potente versione di “The Host Of Seraphim”: il celebre brano dei DCD è proposto infatti in un crescendo vocale, che parte da un’ouverture oscura cantata in coro a tre voci senza strumenti – soluzione che inizialmente non ci aveva fatto riconoscere la canzone – procedendo in maniera sacrale fino ad un’esplosione musicale fatta di vibrante celestialità e commozione, con un’ennesima meritata ovazione per la Gerrard.

Il set principale procede verso la fine, con una cover che sorprende un po’ tutti – “Autumn Sun” dei Deleyaman,  che scopriamo solo in seguito insieme a questa interessante band – e “Dance Of The Bacchantes”, unico brano tratto dall’ultimo album dei DCD, “Dionysus” (2018): una scelta che sembra fatta apposta per richiamare gli applausi e i “bis” del pubblico, che riporta sul palco la band per ben due volte, aggiungendo quattro ulteriori perle ad un’esibizione da ricordare a lungo.

Fra queste menzioniamo un’intensa “Song To The Siren” di Tim Buckley e l’ipnotica “Severance”, brano simbolo della band, che si congeda in trionfo con un profondo “grazie” da parte di Brendan e tanti baci al vento da parte di Lisa. Questa notte incredibile è davvero finita, e i Dead Can Dance ci hanno condotti in un viaggio magico fra sacro e profano, nel quale abbiamo incontrato le tradizioni musicali delle più grandi culture del mondo, da Nord a Sud, da occidente a oriente.

Un’esperienza che ha fatto trascendere ai presenti ogni cognizione spazio-temporale, grazie alla bravura dei musicisti presenti sul palco e ad una setlist perfetta, che ci porta a concludere con una parola che non usiamo molto spesso: lo splendido contesto degli Arcimboldi è stata la cornice perfetta per il trionfo dei Dead Can Dance.

 

Setlist:

  1. Anywhere Out Of The World
  2. Mesmerism
  3. Labour Of Love
  4. Avatar
  5. In Power We Entrust The Love Advocated
  6. Bylar
  7. Xavier
  8. The Wind That Shakes The Barley
  9. Sanvean
  10. Indoctrination (A Design For Living)
  11. Yulunga (Spirit Dance)
  12. The Carnival Is Over
  13. The Host Of Seraphim
  14. Amnesia
  15. Autumn Sun (cover dei Deleyaman) 
  16. Dance Of The Bacchantes

Encores, part 1:

  1. Song To The Siren (cover di Tim Buckley)
  2. Cantara

Encore, part 2:

  1. The Promised Womb
  2. Severance

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola

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