No Report – Peter Murphy e David J celebrano i 40 anni dei Bauhaus

La notte del 22 Novembre 2018 abbiamo indubbiamente assistito ad una celebrazione importante al Fabrique: il clima freddo e nebbioso è stato una cornice ideale per lo show di Peter Murphy e David J, riunitisi dieci anni dopo “Go away White”, quinto e definitivo album in studio dei Bauhaus dopo anni di liti, divisioni e saltuarie quanto memorabili reunion. Pur senza la band al completo, con Kenny Haskins e Daniel Ash esclusi dal progetto e rispettivamente rimpiazzati da Marc Slutsky (batteria) e Marc Gemini Thwaite (chitarra), l’occasione di vedere un Murphy ancor oggi assai produttivo ed ispirato cimentarsi integralmente in una setlist dei Bauhaus era troppo ghiotta, e mettiamo subito avanti le mani dicendo che, sì, è stata una notte di grande musica.

Ad aprire le danze sono i londinesi Desert Mountain Tribe, power trio che propone un’assai intrigante miscela di hard rock, psichedelia e sonorità dark. Pur tenendo sul palco un atteggiamento statico e poco espressivo, la band mostra presto un ottimo piglio ed un sound assai massiccio ed efficace, che consente alle loro canzoni di fare breccia presso un pubblico inizialmente poco convinto: i brani proposti mostrano un buon songwriting e un ottimo impatto sui presenti, che arrivano ad applaudire con entusiasmo questi tre ragazzi, visibilmente soddisfatti e dispiaciuti di dover lasciare anzitempo  il palco per questioni di tempo, quando lo stesso pubblico avrebbe desiderato ascoltare l’ultimo pezzo previsto in scaletta. Da risentire con attenzione nelle loro future release.

Il tempo di liberare il palco e alle 22 quasi esatte inizia l’atteso concerto di Peter Murphy: il quartetto fa il suo ingresso passando nell’ombra e prendendo possesso dei rispettivi strumenti, e l’attacco avviene con il brano più ovvio ovvero “Double Dare”, l’epica prima traccia di “In the Flat Field”. Il pubblico risponde entusiasta, a dispetto di un sound inizialmente non perfetto ma presto corretto dai fonici. Il primo set della serata è interamente dedicato al primo LP dei Bauhaus, i cui brani vengono eseguiti in perfetta sequenza dai quattro musicisti: l’intento è chiaramente quello di riprodurre le vecchie atmosfere del primo periodo dark, con David J scatenato ed inquietante al basso e gli altri due colleghi intenti a non far rimpiangere la line-up originale con un’esecuzione perfetta, a fare da cornice ad una scatenata performance di un Peter Murphy assai più istrionico e teatrale rispetto al tour del 2016.

L’artista inglese si scatena sul palco, mostrando una voce ancor oggi espressiva ed inquietante in quasi tutte le tonalità richieste dai brani dei Bauhaus e muovendosi da un lato all’altro dell’ampio stage del Fabrique: Peter gioca con luci e riflettori, spostandoli a destra e a manca, puntandoli sul pubblico e su se stesso con l’intenzione di creare contrasti da film espressionista, che ne evidenziano il volto truccato e lo sguardo penetrante.

Ogni brano del primo set diventa così una vera e propria performance, con Murphy che si auto-incorona solennemente nel finale di “A God in an Alcove” o posa come un messia oscuro, crocifisso alle aste del microfono durante l’esecuzione “Stigmata Martyr”. Pur lasciando doverosamente il ruolo di primattore a un Murphy sempre più posseduto dai ruoli interpretati in ogni pezzo, l’apporto della band non è secondario: se come già detto i due Marc non fanno rimpiangere i membri originari, David J, silenzioso e con lo sguardo nascosto dagli occhiali da sole, armato del suo basso fretless si dimostra una macchina ritmica infallibile, capace di ricreare da solo quelle atmosfere oscure ed ossessive che furono il tratto distintivo dei primi Bauhaus. Silenzioso e solenne, in netto contrasto con l’istrionismo di Peter Murphy, David J viene acclamato per tutta la durata dello show a conferma del fatto che senza il SUO sound, a questo show sarebbe mancato qualcosa a dispetto della buona volontà e dell’estro del cantante.

Il secondo set è un vero e proprio “best of Bauhaus” che propone altre otto canzoni leggendarie: le versioni dilatate di “Burning from the Inside”, “Bela Lugosi’s Dead” e “She’s in Parties” fanno letteralmente esplodere il pubblico, che accompagna in coro i ritornelli di questi ultimi due brani. Tutto sembra procedere alla perfezione, visti gli apprezzamenti riservati al rock duro di “Adrenalin”, brano di punta tratto dall’ultimo album della band al completo, e la conclusione del set lascia presagire una notte perfetta, col trittico “Kick in the Eye”/”The Passion of Lovers”/”Dark Entries” a chiudere in gloria il set, con Peter e David sempre più frenetici.

L’incantesimo si interrompe al momento degli encore, lasciati a metà da un Peter Murphy infastidito da qualche atteggiamento intravisto nel pubblico, forse qualche flash di troppo dalle prime file e l’oggettivo scarso entusiasmo mostrato dai più durante i primi due encore, che avrebbero dovuto rappresentare il momento di teatralità solenne e spirituale alla quale avrebbe dovuto far da contraltare una chiusura in chiave glam con le cover “Telegram Sam” e “Ziggy Stardust”.

Un incidente che da un lato rappresenta un vero peccato, ma dall’altro non incide troppo sull’esito della serata comunque ottimo, poiché tutte le canzoni per cui i fan dei Bauhaus hanno riempito quattro quinti del locale sono state eseguite memorabilmente, con Murphy primattore assoluto sia in fatto di gestualità, sia soprattutto a livello vocale – ma gli ottimi lavori solisti ed il tour del 2016 non ci lasciavano dubbi su questo -, Davide J impeccabile metronomo e i due turnisti in grado di formare coi due ex Bauhaus un ensemble professionale ed efficace, assolutamente degna di portare ancor oggi sui palchi del mondo le leggendarie canzoni di una della band di maggior culto del genere dark.

Alla luce di ciò, questo concerto non ci è sembrato una semplice “operazione nostalgia” né uno show organizzato esclusivamente per raggranellare soldi, ma uno show intenso non soltanto per la professionalità esecutiva: al di là della spinosità caratteriale dei due principali protagonisti, visibilmente freddi l’uno con l’altro ma assai “dialoganti” a livello strettamente musicale, la serata al Fabrique è stata un’ottima occasione di ascoltare le canzoni di una band iconica ed assolutamente unica nel proprio stile, tanto per i fan di vecchia data quanto per un pubblico più giovane comunque presente in maniera significativa.

 

 

Peter Murphy
David J

 

 

Setlist 1 – “In the Flat Field”

  1. Double Dare
  2. In the Flat Field
  3. A God in an Alcove
  4. Dive
  5. Spy in the Cab
  6. Small Talk Stinks
  7. St. Vitus Dance
  8. Stigmata Martyr
  9. Nerves

Setlist 2

  1. Burning from the Inside
  2. Silent Hedges
  3. Bela Lugosi’s Dead
  4. She’s in Parties
  5. Adreanalin
  6. Kick in the Eye
  7. The Passion of Lovers
  8. Dark Entries

Encores

  1. The Three Shadows, part II
  2. Severance

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola