Rocco Rosignoli

Rocco Rosignoli e i “Canti Rossi” [Intervista]

Interpretare canti sociali, politici, di lotta e resistenza, nel 2020, è una perla rara che solo pochi artisti si possono permettere. Abbiamo chiesto a Rocco Rosignoli cosa lo ha spinto a scegliere i “Canti Rossi” in un periodo così poco attento alla storia.

Ciao Rocco è davvero un piacere fare quattro chiacchiere con te. Prima di tutto lasciami chiedere cosa ti ha spinto alla realizzazione di un disco del genere? Qual è stato l’esatto momento in cui hai detto: “Ok faccio questa cosa”?
Ciao, è un vero piacere per me! Questo disco mi frullava in testa ormai da qualche anno. Il canto politico, sociale, di lotta, di lavoro, fa parte del mio repertorio ormai da tempo. Anche il coro che dirigo da qualche anno, OltreCoro, è specializzato proprio su materiale di questo stampo. Però non esisteva ancora un disco che testimoniasse questa parte importante del mio suonare e cantare e volevo che ci fosse. Se ripenso a cosa mi ha dato il la per iniziare a lavorare, però, credo che ci sia una data precisa in cui ho iniziato le incisioni: il 19 settembre 2019, quando il parlamento dell’Unione Europea ha votato quella risoluzione che equiparava il comunismo al nazismo.
Al netto di ciò che è stata la dittatura staliniana, pensare di equiparare il pensiero di Marx a quello di Hitler non è nemmeno una follia, ma solo un’idiozia. Quel giorno mi venne di suonare tra me e me “Rosso un fiore”, meraviglioso canto di Ivan Della Mea, un inno al comunismo come sogno di un mondo più umano. Ho trovato una chiave interpretativa che mi piaceva e ho iniziato a inciderlo. Quando ho finito ho pensato: “questo dev’essere il finale del mio disco di canti rossi”. E in qualche mese, lavorandolo nei ritagli di tempo dell’attività dal vivo, il disco era pronto.

Non posso non includere la politica in questa nostra virtuale chiacchierata. Oltre all’aspetto musicale che hai voluto omaggiare, c’è un impegno nella vita di tutti i giorni politicamente parlando?

C’è, c’è. Sono un comunista convinto. C’è chi sostiene che quest’ideologia sia ormai superata, ma in realtà le cause oggettive per le quali è nato il socialismo sono oggi più attuali che mai. Nel Manifesto Marx ed Engels, con un’ironia sferzante, dicono che la proprietà privata è abolita per nove decimi dei membri dell’umanità – e che quel rimanente decimo di straricchi possiede tutto quanto. Oggi le proporzioni sono cambiate, a ulteriore svantaggio di chi già possedeva poco o nulla: secondo un famosissimo rapporto Oxfam, che fece scalpore nel 2018, c’è un 1% della popolazione che possiede il 50% delle ricchezze mondiali. Il sistema che ha permesso a pochi individui di arricchirsi in maniera così indecente ai danni del resto dell’umanità nasce prima del comunismo, quindi a rigor di logica dovrebbe essere l’ideologia liberista, che è superata. Se esiste l’una, non può essere anacronistica l’altra.

Personalmente milito in Sinistra Classe Rivoluzione, sezione italiana della Tendenza Marxista Internazionale. Ma al di fuori della politica, faccio anche opera di volontariato presso l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che è un ente morale apolitico e apartitico, che tiene viva la memoria della Guerra di Resistenza che si è svolta in Italia tra il 1943 e il 1945. Associazione che mi ha anche onorato del suo patrocinio per questo disco di cui stiamo parlando. La memoria è prepotentemente al centro del mio lavoro da sempre.

Perdonami se questa domanda può sembrare riduttiva. Per risvegliare le coscienze ci si deve rivolgere alle masse. Viviamo nella stessa contemporaneità, credi anche tu che è pressoché impossibile comunicare con le generazioni odierne? 

Ti rispondo di no, nella maniera più assoluta. Credo che le generazioni odierne si trovino a crescere in un mondo talmente carico di contraddizioni, che non credono più alle balle che hanno tenuto per decenni in piedi un sistema insostenibile. Forse non c’è una coscienza politica precisa, ma è chiaro che non hanno più voglia di sentirsi dire sciocchezze: dai Fridays For Future al Black Lives Matter, dalle Sardine ai Pride, i segnali di insofferenza che queste generazioni stanno dando sono tanti e convergono tutti in una medesima direzione. Magari non è il socialismo, ma è sicuramente il desiderio di un mondo più giusto verso ciascuno, un mondo in cui lo sfruttamento delle persone e dell’ambiente non sia più il perno su cui si regge un intero sistema.

Mi capita spesso di lavorare con adolescenti, dentro e fuori dalle scuole, e non c’è nulla di più falso dell’immagine di zombi attaccati ai telefonini che certa stampa ne vuol dare. Sono diversi da me, certo: è dal dopoguerra che ogni generazione si scopre diversa da quella che l’ha preceduta, e ha bisogno di affermare la propria diversità. Ma sotto sotto, la veste emotiva dell’essere umano non cambia più di tanto. Mi sono trovato a cantare “Gorizia” in un’aula scolastica, e a vedere i ragazzi commuoversi e piangere. Sono parole vere, forti, parole di loro coetanei mandati al macello per nulla. La veste stilistica non è qualcosa a cui siano abituati, ma l’autenticità dell’emozione è qualcosa che oltrepassa le barriere – a patto naturalmente che chi se ne fa tramite sia in grado di farlo. Non sempre ci si riesce, ma quando la cosa funziona l’aria si riempie di una strana elettricità e allora devi lasciare che ti attraversi.

Più ci allontaniamo dagli importanti avvenimenti storici che hanno cambiato la storia del nostro Paese, più sembra essere indecifrabile il linguaggio utilizzato dai giovani (almeno per gli over 35). Ti definiresti un artista di nicchia o lo ritieni offensivo?

Sono ben consapevole di rivolgermi a un pubblico di nicchia e in effetti la mia intenzione non è mai stata quella di piacere a più persone possibili, quanto piuttosto quella di far conoscere il mio lavoro al maggior numero di persone a cui possa interessare. A me non sembra indecifrabile il linguaggio utilizzato dai giovani, certamente non quello musicale, che sta piuttosto portando all’eccesso alcune tendenze che erano già presenti nel mondo della discografia fin dagli anni ’70. I trapper in generale non mi paiono altro che dei rapper più glam, alcuni sono bravi e altri meno, come d’altronde anche i cantautori. C’è molta elettronica e poca musica suonata nel loro lavoro, è vero, ma questo accade ormai dagli anni ’80, non è una novità.

La novità piuttosto è che, grazie all’accessibilità degli strumenti per realizzare una base musicale, ogni ragazzo oggi può dare sfogo alla propria urgenza espressiva. A noi quantomeno servivano una chitarra e qualche accordo, oggi lo smartphone è una cosa che hanno quasi tutti i teenager e ci puoi fare molte cose. Chiaro, chi è senza talento non lo rimpiazza con un telefono. Ma nemmeno con tre accordi di chitarra.

Una riflessione necessaria. Dopo tutti i sacrifici, sia in termini di battaglie che di morti, l’ideale politico è andato lentamente scemando, fino a scomparire completamente. Ormai è alla stregua delle campagne elettorali, sotto forma di slogan e citazionismi, per accaparrarsi qualche voto in più. La politica, appunto, è diventata solo un sistema, un’opportunità di guadagno. Anche tu pensi che le colpe siano da ricercare negli errori fatti dalla stessa classe proletaria? Quando è stato il momento in cui, chi ci ha preceduto, si è lasciato corrompere?

È un discorso complesso. Il partito comunista egemonizzato dall’URSS aveva un’impostazione verticistica e burocratizzata, che creava i presupposti perché si creasse una classe dirigente ben lontana da quell’ideale di uguaglianza che l’idea socialista cerca. Questo ha attratto per decenni i piccoli arrivisti ansiosi più di mettere le mani in pasta che non di creare un mondo nuovo senza classi sociali. Questo ha vanificato le lotte di chi ci credeva veramente: le rivoluzioni di cui canto non sono propriamente fallite, piuttosto sono state tradite, mutilate, sequestrate da vertici che avevano interessi differenti da quelli delle masse. Ma non credo che l’ideale politico sia scomparso. Certo, oggi esiste una disaffezione nei confronti del sistema dei partiti, ma esistono tanti movimenti, oltre a quelli che abbiamo già citato, che sono tutt’altro che piccoli, e che testimoniano la volontà di rendere migliore la società.

La politica non è solo quella fatta dai partiti, è il vivere in una società e volerla cambiare è il presupposto per fare un’azione politica migliore di quella che ci ha preceduti. Credo che i partiti di massa funzionassero perché in essi ognuno dei militanti sapeva che il suo pensiero, le sue esigenze, le sue paure e necessità, trovavano espressione e ascolto. Oggi tra la classe dirigente e i cittadini c’è un distacco totale. “Politica” è diventata una brutta parola, quasi un sinonimo di “intrallazzamento,” di “cerchiobottismo”. Ma chi scende in piazza compie un atto politico, chi lavora compie un atto politico, chi sciopera compie un atto politico. Non credo che la generazione che è protagonista delle realtà di contestazione in atto oggi sia del tutto consapevole di questo, ma lo può diventare. È un cammino tutto da percorrere. Può andar bene oppure male, ma, come ci piace cantare, “eppur bisogna andar.”

Sinceramente la canzone che amo di più nel tuo disco è Fischia Il Vento. Ho letto la storia e davvero mi ha colpito. Secondo te, l’umanità mostrata da Cascione in quel frangente, è da ammirare oppure in guerra non si concede grazia al nemico?

La guerra di Resistenza è stata la lotta della civiltà contro la barbarie. Uccidere a sangue freddo è ciò che facevano i fascisti e i nazisti, la Resistenza voleva e doveva essere qualcosa di opposto. C’era la necessità di rispondere alla violenza con la violenza, ma questo non implica la bestialità: un conto è trovarsi a dover uccidere in battaglia, un conto è fucilare un prigioniero a sangue freddo. Gli equiparazionisti, revisionisti ideologici della peggior specie, cercano sempre di porre l’accento sulle nefandezze compiute da alcuni gruppi partigiani, sottintendendo in tal modo che in fin dei conti i partigiani erano un po’ tutti così. Questo non è affatto vero, gli episodi sono tali e non delineano una tendenza nazionale, che a onor del vero è stata decisamente diversa.

La disciplina di quell’esercito essenziale che erano i partigiani era comunque ferrea, controllata da militari esperti passati alla Resistenza, ed egemonizzata da commissari politici che si occupavano delle linee guida e della formazione politica dei militi. Chi sgarrava, rubava, o compiva atti criminali contro la popolazione, rischiava grosso. Era molto più frequente che dei gruppi di sbandati commettessero malefatte spacciandosi per partigiani. Cascione è un emblema di questa coscienza, è la perfetta, elevatissima sintesi di come la vittoria non vada perseguita a ogni costo, perché il prezzo più alto da pagare può essere la propria idea di umanità, che è l’unico motivo che spinge alla lotta. Ha cercato di vincere con le idee prima che con le armi, e possiamo guardare al suo sacrificio come a una vittoria postuma.

Domanda Nonsense: Chi è Rocco al di là della musica e della poesia?

Rocco è uno strano caso di pigro iperattivo. Vorrei sempre oziare, ma dopo tre minuti che ozio cominciano a balenarmi in testa mille idee, mille cose da fare – musiche, arrangiamenti, poesie (ne ho pubblicati due volumi), e va a finire che mi attacco al computer, ai libri, ai miei strumenti, e che lavoro finché non ne posso più. L’unico modo per staccare per me è dormire oppure fare attività fisica. Corro, faccio pugilato, mi piace moltissimo camminare in montagna… la mia pigrizia è un ideale molto difficile da perseguire. Adesso però sono un po’ fermo, perché tra pochissimi giorni diventerò papà… e ovviamente sono molto distratto dalla cosa!

A cura di @nonsoscriveremalofaccio

Canti Rossi
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Autore dell'articolo: Daniele Bomboi

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