Siberia – “E’ un mondo misero, ma non ci fa paura” [Intervista]

Anticipato dall’uscita dei singoli “Ian Curtis” e “Non riesco a respirare”, Tutti amiamo senza fine”, è il terzo disco dei Siberia, prodotto da Federico Nardelli, pubblicato il 29 novembre per Sugar in collaborazione con Maciste Dischi, nato dall’esigenza di raccontare l’amore e le relazioni nelle svariate stagioni della vita. Pensato come un album di foto diviso per momenti, Tutti amiamo senza fine”, raccoglie sensazioni e ricordi che costruiscono una storia precisa ma universale, perché in questo disco l’amore è di ogni tipo: erotico, relazionale, sentimentale, religioso, pensato, fisico, sognato. Un vero concept sull’amore, raccontato in tutta la sua verità.

Intervista di Egle Taccia

 

 

“Tutti amiamo senza fine” è un titolo rivoluzionario in un periodo storico in cui sentimenti come l’amore sono stati messi da parte per lasciare spazio all’odio e alla rabbia tipica dei social.

Guarda, ti dico la verità forse è stata anche la prima volta in cui noi stessi abbiamo sperimentato, in piccolissima parte rispetto a tante altre cose, l’odio dei social. Quando è uscito il brano “Ian Curtis” c’è stata una piccola dose di odio social, da un certo tipo di pubblico, di target, perché nominare Ian Curtis in una canzone pop è stato vissuto un po’ come una bestemmia, specialmente per la fascia d’età un po’ più avanzata. Ci sono arrivati parecchi insulti.

Voi come l’avete vissuta?

Molto tranquillamente.

 

Tornando al titolo, in generale ci piaceva dare un trait d’union a queste canzoni che alla fine parlano tutte, sebbene in maniera molto diversificata, dell’aspetto delle relazioni, dell’amore, dell’erotismo. Ci sembrava adatto a fare da cornice a delle canzoni che sono molto diverse tra loro sia per registro stilistico, che per arrangiamento, però hanno tutte in comune questo tema, seppure vissuto in maniera molto diversa.

Avete scelto l’amore come concept del disco. In che modo viene raccontato nei brani che lo compongono?

Abbiamo cercato di essere il più onesti possibile. La stessa persona può vivere l’amore in tante maniere diverse, a seconda del suo momento e a seconda della persona che ha davanti. Non volevamo proporne una versione granitica o troppo letteraria, volevamo che ci fosse un po’ di verità, fondamentalmente, e quindi ci sono canzoni in cui l’amore è visto soprattutto come leggerezza, gioco. Mi viene in mente ad esempio “Mademoiselle” dove si dà un po’ la caccia a questa ragazza sfuggente, oppure canzoni come “Non riesco a respirare”o “Sciogliti” dove c’è un amore in qualche modo più elevato, più nobile, il lirismo. Ci sono canzoni anche più pessimiste, direi realistiche, come “Carnevale”, o meglio tristemente realiste, in cui si deve ammettere che non si ha niente da dare all’altra persona, perché semplicemente si è superficiali, si è scarichi, e sebbene l’altra persona lo meriti, non puoi assolutamente garantirle altro che tristezza. Quello che cercavamo era di essere trasparenti parlando di questo sentimento. Ti ho citato le canzoni che sono parzialmente uscite dalla mia penna, ma qui c’è anche Cristiano che ha scritto “Mon Amour” e “My Love”. Ci tengo a precisare che non tutte queste situazioni sono state vissute in prima persona, ma sono sicuramente tutte frutto dell’aver vissuto a lungo insieme, specialmente nei mesi del tour di “Si vuole scappare”, pur essendo quattro persone diverse siamo arrivati a conoscerci talmente bene da riuscire a parlare anche delle situazioni che stavano vivendo gli altri; siamo riusciti a compenetrarci e direi che, per questa ragione, può definirsi un disco corale.

 

Nello scorso album ci parlavate di fughe, questo invece è dedicato alla voglia di rimanere. Cosa ha cambiato il vostro approccio nei confronti del sentimento più forte che conosciamo?

Guarda, in qualche modo sono dischi profondamente antitetici per certi versi, tanto “Si vuole scappare” era rivolto verso l’esterno negli argomenti, quanto invece questo è più centrato sull’interiorità, e tanto “Si vuole scappare” era per certi versi più letterario e più difficile, quanto questo è più immediato. Riguardo al rimanere, secondo me hai azzeccato in pieno, perché sicuramente questo è un disco che vuole essere in qualche modo ottimista, lo dice già dalla prima frase: “Tutti amiamo senza fine perché non ci sia la morte”. È una frase pesante, però in fondo ottimista, per questo abbiamo voluto aprirci il disco, perché comunque abbiamo individuato una via d’uscita. Se “Si vuole scappare” diceva “c’è una difficoltà”, qui si dice in qualche modo dove può essere trovata la luce in fondo al tunnel. È una risposta per certi versi banale quella dell’amore, però in qualche modo pensiamo che sia connaturato alla natura umana e che quello che potevamo aggiungere noi, in questo grande parlare d’amore, era di fornirne la nostra versione più sincera possibile, più sfaccettata possibile, non parlandone in una maniera granitica e dando una soluzione, ma parlando semplicemente di quello che avevamo vissuto, incorniciandolo nella prima canzone del disco, che in qualche modo vuole farti capire che questa può essere una soluzione.

Nei vostri testi ritroviamo sensibilità ed empatia. Dovremmo ripartire da questo tipo di sentimenti per tornare ad essere umani?

Sai, pensiamo che ora stiamo assistendo alla fase dell’esplosione dell’indie italiano, della canzone, anche pop, da parte delle generazioni più giovani. Il sentimento sicuramente è positivo, sentimento vuol dire che non sei morto, d’altra parte è giusto parlare di tutto ciò che è ad esso collegato. Ci siamo sforzati di inserire in questo disco anche quelle parti di noi e quelle parti del sentimento che non ci piacciono, perché non si deve avere una visione in qualche modo anni ’60 dell’amore, un po’ “all you need is love, volemose bene”, volevamo cercare di essere realistici. Il sentimento che si può provare nei confronti dell’altra persona, dell’altro sesso, una persona con cui tendenzialmente hai desiderio di avere a che fare in senso erotico per costruire una relazione, o semplicemente per passare del tempo insieme, può essere sì forte, bello, ma può essere anche distruttivo, e con questo disco volevamo semplicemente dire che sono possibili entrambe le cose, è una cosa che succede, è inevitabile. Volevamo parlarne con sincerità, senza stare a pensare se questo potesse poi costituire una reazione a qualcos’altro, di questi tempi. Il “senza fine” del titolo vuol dire proprio che non si può impedire che questo sentimento si manifesti, e quindi proprio per questo ha una connotazione neutra. Come tutti i fenomeni necessari è neutro, a seconda del tuo atteggiamento puoi connotarlo positivamente o meno positivamente.

 

Il vostro cantautorato ha un sound italo-britannico. Quali sono i generi, gli artisti che hanno influenzato questo disco?

È difficile a dirsi. Ora sono qui anche con i ragazzi, ed è difficile fare dei nomi. È un disco che secondo noi suona simile a tante cose, ma uguale a niente, è qualcosa che si dice di tante cose e speriamo che sia vera.

Un pezzo in particolare, come “Madmoiselle”, ha dei riferimenti abbastanza Strokesiani, questo può essere l’unico riferimento diretto del disco. Abbiamo cercato di far tornare le chitarre, perché volevamo che il disco fosse suonabile dal vivo in maniera fedele e poi volevamo che fosse immediato, energico, ci tenevamo che le canzoni arrivassero nel modo più diretto possibile. Sicuramente noi proveniamo da ascolti molto variegati, più variegati di quello che probabilmente si direbbe ascoltando i nostri primi due dischi. In questo disco ci siamo principalmente preoccupati che gli arrangiamenti rivestissero i brani e li aiutassero ad essere il più fruibili, immediati, divertenti ed energici possibile. Direi che fare dei nomi è impossibile. Non è una questione di voler essere disonesti e di non voler tirare fuori dei nomi, realmente non abbiamo avuto dei modelli e ci siamo appoggiati al nostro produttore Federico Nardelli per far sì che questo prodotto fosse di facile ascolto, ma comunque con dei suoni ricercati con attenzione.

Nell’album c’è un brano che parla di qualcosa di cui spesso ci vergogniamo, mi riferisco a “Piangere”, in cui si nota un forte contrasto del testo con i suoni quasi scanzonati che lo accompagnano. Cosa volete dirci con questo pezzo?

Mi fa piacere che ce ne parli, perché questo è un brano che, anche secondo me, è abbastanza centrale nel disco. I singoli, quelli di lancio, sono stati scelti, ma fin da subito questo pezzo era stato messo in lizza tra quelli che potevano ambire ad essere tali e quindi ci fa piacere quando qualcuno lo nota in particolare. “Piangere” è un brano sul lasciarsi andare, fondamentalmente, sulla bellezza del momento in cui si possono abbassare le difese e semplicemente mostrarsi nella propria fragilità. C’è comunque un contenuto di coraggio in questo brano, perché si dice “è un mondo misero, ma non ci fa paura”, e in una canzone che parla di piangere dire “non ci fa paura” in qualche modo vuol dire “sì mi mostro fragile, è un mondo misero, però ho le armi per reagire” e queste armi derivano proprio dal mettersi in gioco attraverso il sentimento. È una delle canzoni in cui l’amore ha proprio una valenza positiva, il suo disarmarti ti dà in realtà il coraggio di vivere questo mondo misero di cui parla la canzone.

Ho letto che “Non riesco a respirare” è un brano che vi è arrivato in sogno. Ci raccontate la sua storia?

Sai, diciamo che capita raramente di scrivere in maniera istintiva. Penso a quando ero adolescente e le canzoni arrivavano in maniera molto più spontanea, adesso indubbiamente c’è un mettersi a scrivere, che se vuoi fare della musica la tua professione è inevitabile, perché credo che sia comunque necessario un po’ forzare, mettersi a tavolino e provare a buttare giù quello che hai dentro, anche se in quel momento non ne hai voglia. Ecco, è bello che anche quando cerchi di fare della scrittura una prassi quotidiana, ci siano invece dei momenti in cui torni adolescente e la canzone ti viene così dal niente. Questo è stato un caso particolarmente eclatante, perché ero nel dormiveglia, io mi sveglio molto presto sovente, con grande scorno dei miei compagni che invece vorrebbero dormire, specialmente dopo una data in cui hai fatto le tre di notte la sera prima. Erano le cinque, cinque e mezzo di mattina, fortunatamente per loro ero a casa dei miei, quindi non gli ho rotto le scatole, e avevo già il nucleo della canzone che più o meno mi era venuto in mente nel dormiveglia. Sono momenti rari, però quando accadono è bello, perché siamo persone molto pigre e quindi un po’ di fatica ce la risparmiamo. A parte gli scherzi, se non altro è una canzone molto sincera e molto diretta.

Sono state annunciate le date del tour. Cosa dobbiamo aspettarci da questi live?

Sicuramente, nonostante appunto la cosiddetta svolta pop, il concerto dei Siberia vogliamo che rimanga un concerto pieno di energia, pieno di chitarre, pieno di suono e quindi sicuramente credo che queste canzoni saranno divertenti da suonare dal vivo e speriamo che lo siano anche per chi le ascolterà. Faremo, in una prima fase, dei club selezionati, di prestigio, in alcuni dei quali abbiamo già suonato e di questo siamo contenti, perché crediamo che sia davvero la nostra dimensione ideale, quella in cui portare questi brani, e in questi mesi ci prepareremo. Saranno dei mesi belli per noi, perché avremo la possibilità di preparare lo spettacolo e sarà divertente farlo. Staremo insieme e costruiremo quello che ci piace fare. 

Domanda Nonsense: Qual è l’ultimo film che vi ha fatto venire gli occhi lucidi?

È una bella domanda. Mi è venuta in mente una cosa che sicuramente sarà condivisa dagli altri, recentemente ho visto la biografia di Serge Gainsbourg. È stato un autore molto controverso. Io ho origini francesi, mio padre è francese, diciamo che ho un rapporto molto contrastante con la Francia e lo stesso Gainsbourg è un autore che nella sua vita è passato da fare il pop più sputtanato, nel senso etimologico della parola, perché metteva in primo piano il sesso, la sessualità, il gioco erotico, a fare veramente canzoni da grande chansonnier. Ecco, ripercorrere la sua vita attraverso questo film è stato molto delicato e penso che chiunque abbia mai scritto delle canzoni può trovarci qualcosa di sé.

I Siberia partiranno a febbraio con un nuovo tour nei club. Il tour è organizzato da Locusta Booking, di seguito le prime date confermate:

15 febbraio 2020 Livorno – The Cage

19 febbraio 2020 Milano – Ohibò

22 febbraio 2020 Roma – Monk

12 marzo 2020 Torino – Hiroshima Mon Amour

14 marzo 2020 Modena – Off

28 marzo 2020 Firenze – Glue 

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!