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“Who Has Decided For Us?” il nuovo album dei Seville [No New]

I Seville nascono a Padova nel 2016, quando quattro musicisti, Federico Ruzza, Sebastiano Nalin, Matteo Santaterra e Michele Tedesco, decidono di fondere insieme le loro diverse influenze musicali per dar vita ad un repertorio inedito.

La band si è esibita in festival e locali di riferimento della scena veneta come Sub Cult Fest, Rise Festival e Mame Club, aprendo a band quali New Candys, Mamuthones e Orange Car Crash.

Nel 2019 si concludono le registrazioni del loro primo album “Who Has Decided For Us?”, completamente autoprodotto. L’album, uscito il 21 febbraio 2020, è stato anticipato dai singoli “Sunday Drivers”, “No street to run”, “Susanne” e “False Man”.

 

Intervista a cura di Vincenza Avellina

 

L’album “Who Has Decided For Us?” è il vostro debutto discografico. Parlateci un po’ di come è nato e si è sviluppato questo progetto. Quali sono, inoltre, le vostre aspettative?

Questo disco è in pratica la sintesi della nostra esperienza musicale dai 20 anni ad ora. I pezzi hanno origini diverse perché sono stati scritti in vari periodi: alcuni sono stati accantonati e altri completamente trasformati. Dopo averli suonati dal vivo per un paio d’anni abbiamo pensato che avessero ormai preso una forma coerente e che fosse il momento di registrarli.
La nostra aspettativa principale ora è che l’album possa varcare i confini dell’Italia e giungere ad un pubblico dal gusto forse più allineato al nostro stile (soprattutto per via della lingua inglese). Naturalmente intanto cercheremo di esibirci dal vivo il più possibile qua nel nostro Paese per far conoscere l’album, dopodiché ci concentreremo sul sistemare il nuovo materiale che stiamo scrivendo in questo periodo.

 

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Da quando il vostro gruppo si è formato nel 2016 vi siete dedicati a molti live, calcando i palcoscenici di numerosi festival e club. Cosa vuol dire per voi esibirsi dal vivo e che rapporto avete col pubblico?

La dimensione del live è per noi la più importante: è in quella situazione che riusciamo a comunicare meglio attraverso le nostre composizioni, ed è suonando insieme che l’intesa fra noi quattro emerge e cresce. Probabilmente i pezzi risultano meno ricchi e raffinati rispetto al disco, ma l’impatto sull’ascoltatore è certamente maggiore, è qualcosa che nel disco forse non si riesce a percepire del tutto.
Per questo la sala prove è per noi un passaggio fondamentale nella scrittura, il modo in cui idee e bozze vengono metabolizzate insieme e prendono vita.

 

Nel 2019 avete seguito i britannici “The Trusted” nel loro tour italiano. Com’è andata?

È andata bene, nonostante per cause di forza maggiore fossimo solo in tre, non abbiamo voluto rinunciare a questa opportunità, che ci ha permesso anche di conoscere più da vicino un’altra bella realtà, ovvero Brexhip. È stata utile e motivante la conoscenza con i The Trusted per capire meglio come funzionano le cose fuori dall’Italia in ambito musicale. Anche in Inghilterra è piuttosto complesso per gli artisti emergenti trovare spazio, c’è da lavorare duro sempre e ovunque.

 

Il vostro sound è un mix tra l’indie rock ed il rock psichedelico. Quali sono gli artisti o le band alle quali vi siete maggiormente ispirati?

La nostra base musicale è in realtà abbastanza datata: quasi tutti siamo cresciuti ascoltando il rock classico o psichedelico degli anni ‘60-’70 e seguenti (Jimi Hendrix, Pink Floyd, Dire Straits per fare solo qualche nome), ma la cosa interessante è che poi ognuno ha seguito un percorso leggermente diverso portando la sua personale visione all’interno dei Seville. Le influenze quindi sono abbastanza varie, ma ci sono alcuni gruppi contemporanei a cui ci ispiriamo tutti e quattro: in particolare Tame Impala, Black Keys, The War On Drugs.

 

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Domanda Nonsense: I vostri brani rievocano atmosfere malinconiche e dai vostri testi emerge un senso di malessere ed una sorta di voglia di evasione dai ritmi e dagli schemi imposti dalla società contemporanea. In quest’ottica, un efficace rimedio quale potrebbe essere: resistere o arrendersi?

Nella domanda parli giustamente di evasione dai ritmi e dagli schemi, ed infatti arrendersi non è la scelta che stiamo cercando di comunicare. Tuttavia nemmeno la resistenza fine a se stessa è la via proposta dalle canzoni. Sia l’arrendersi che il resistere sono in un certo senso condizioni di passività, mentre nei brani si parla di azione, di mettere in atto un cambiamento, o semmai di evadere da ciò che è troppo grande per essere cambiato (come in No streets To Run).

 

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