No Review – The Magic City (Helium), un gioiellino indie dimenticato

Già dalla copertina si capisce che ci si sta imbattendo in un disco stravagante.
Già dalla copertina si capisce che ci si sta imbattendo in un disco stravagante.

Carissimi lettori di Nonsense Mag, in questa recensione vorrei parlarvi di un lavoro inspiegabilmente poco considerato ai giorni nostri (sulla sua pagina Wikipedia ci sono soltanto due link che rimandano ad una pagina Pitchfork cancellata dal database e ad una scarna recensione su Allmusic). Un disco bizzarro, istrionico, complesso e marcatamente freak. L’album in questione si chiama The Magic City, gli autori sono gli Helium ed è uscito per la Matador Records nel 1997. Il vostro hype potrebbe aumentare se nominassi la mente principale della band: Mary Timony.

Se non la conoscete, sappiate che la washingtoniana Mary Timony gode di un’ottima fama nel panorama alternative americano. Per fare una breve carrellata di esempi, i Death Cab For Cutie la citano nel loro disco di debutto nella canzone “Your Bruise, Chino Moreno (leader della band crossover Deftones) l’ha coinvolta nel suo progetto parallelo Team Sleep e la nostra vanta svariate collaborazioni con molte personalità di spicco della musica underground (tra cui Brownstein Weiss delle Sleater-Kinney Stephin Merritt del progetto The Magnetic Fields). Gli Helium sono stati il progetto in cui ha potuto dare conferma al fatto di essere una songwriter atipica e talentuosa nel campo indie.

L’esordio targato Helium, ovvero l’EP Pirate Prude (datato 1993) è ancora acerbo e trascina strascichi di Sonic Youth  e Dinosaur Jr; nonostante ciò, si intravede un notevole potenziale nelle melodie un po’ noise, un po’ dreamy e molto alternative imbastite dalla band. Questo potenziale emerge maggiormente nel loro primo full length The Dirt Of Luck uscito nel 1995. Nel proverbiale terzo disco, il disco della maturità e dell’evoluzione, gli Helium scelgono una strada strana, curiosa. Non temete, perché si tratta di una stranezza che piace ed intriga, anziché inorridire o spaventare.

Ladies and gentlemen, eccoci a The Magic City.

In questo lavoro ci sono due componenti che svettano: l’indie rock e l’anima hippie. L’indie rock è chiaramente tangibile nella ruvidità dell’impatto strumentale, nella produzione lo-fi e nel timbro vocale di Mary (è inevitabile non pensare ai Pavement quando si ascolta per la prima volta la opener, Vibrations).
L’anima hippie è ciò che rende tutto molto, ma molto più interessante. Scommetto una pizza capricciosa che Mary Timony ha ascoltato fino allo sfinimento i Pink Floyd Barrettiani, i King Crimson e i Grateful Dead. Il mood late-sixties è chiaramente tangibile per tutta la durata del lavoro, ma la Timony non si ferma soltanto all’atmosfera e alla sovrastruttura e confeziona un linguaggio che si traduce con espedienti musicali ben precisi. Nei quattordici brani dell’LP si possono trovare un’infinità di esempi: la chitarra acustica di Lullaby Of The Moths, la progressione di accordi di Cosmic Rays, le melodie sixties di Devil’s Tear Lady Of Fire… Mary Timony sembra abbandonare i panni della musicista per indossare quelli della strega, della maga e, seppure in piccolissimi episodi, quelli della revivalista. Le suggestioni evocate dagli Helium sono difficilmente riscontrabili in altri gruppi di quegli anni.
Il brano che merita una parentesi a parte è The Revolution Of Hearts (Part I & II), un brano che ha dello sbalorditivo per la perizia tecnica e compositiva con il quale è eseguito. Otto minuti di rock psichedelico travestito da indie rock, caratterizzato da punti e contrappunti spericolati tra chitarra e basso. Scommetto una pizza diavola che Mary Timony ha passato interi pomeriggi a sperimentare con triadi e cloni di Superfuzz.

In conclusione, The Magic City è uno dei tanti dischi spettacolari venuti alla luce sotto la Matador: merita assolutamente più notorietà e, secondo me, anche più considerazione da parte della critica. Lo consiglio spassionatamente a tutti coloro che vogliano ascoltare un disco indie di ottima fattura, ma allo stesso tempo di approcciare il genere con una chiave di lettura diversa dal solito.

Eccovi qui sotto una playlist di YouTube dove potrete ascoltare alcuni brani del disco (l’LP intero è disponibile in streaming su Spotify).

 

 

 

Autore dell'articolo: Gilberto Giannacchi

Gilberto Giannacchi
Batterista con un debole per i cibi pesanti e la lingua d'Albione. Amante di post-rock, post-hardcore e prog d'annata.