Miss Anthropocene

“Miss Anthropocene”, bentornati nel caleidoscopico mondo di Grimes [Recensione]

Eccola finalmente, Grimes. Attesa per cinque anni dopo il grandioso successo del ricco e monumentale elettro-pop di “Art Angels”, quel folletto canadese di nome Claire Boucher torna sulle scene con un lavoro che, fin dal titolo, vuole segnare in maniera indelebile la musica del nostro tempo.

“Miss Anthropocene”, è un titolo che richiama provocatoriamente l’età dell’uomo ed il suo grave impatto sull’ambiente: la stessa Grimes ci ha giocato con la provocatoria campagna di promozione del disco basata sullo slogan “Global Warming is Good”, affermazione a suo dire mirata a catturare interesse ed attenzione suscitando inquietudine e paura nel pubblico. Ma “Miss Anthropocene” in realtà gioca anche la carta dell’assonanza con “misanthrope”, la repulsione verso l’umanità e tutto il male da essa causato.

Grimes stessa si fa opera d’arte e avatar in quest’album, entrando in una nuova dimensione umana ed artistica, complice l’annuncio dello stato di gravidanza che la porterà ad avere un figlio con il compagno Elon Musk, CEO di Tesla: di qui la scelta di un (difficile) stile di vita all’insegna della salute, la creazione dell’inquietante baby-avatar “War Nymph” su Instagram e, soprattutto, un profondo lavoro di affinamento dal punto di vista prettamente musicale.

Facendo di se stessa un’opera d’arte “work in progress” come bene esprime il concept dietro l’artwork di “Miss Anthropocene”, Grimes ha intrapreso un lavoro di rielaborazione e sintesi di quanto prodotto finora, trovando un vorticoso equilibrio fra le sue tante anime musicali che, alla fine, si traduce in quello che ad oggi ci sentiamo di definire il suo LP più affascinante e completo. Qui finalmente troviamo un punto d’equilibrio ideale fra la vena sperimentale e avanguardistica del primo periodo e l’elettro/dance/pop colorata e barocca degli ultimi anni.

Al misticismo glaciale di canzoni di rara potenza quali “So Heavy I Fell Through the Earth”, una delle intro elettroniche più epiche di sempre, o la cristallina “New Gods” (che ci ricorda certa elettronica scandinava o gli ultimi lavori della brava TUSKS), Claire Boucher affianca brani animati da un’inquietante vena dance quali l’oscura “Darkseid”, la pulsante “Violence” o la giocosa “You’ll miss me when I’m not around”, unica concessione agli stilemi di “Art Angels”. Oltre a tutto questo troviamo la particolare “Delet Forever”, un inusuale (per la nostra) intermezzo basato su arpeggi di chitarra acustica che un po’ ci fanno ripensare al caro vecchio Neil Young, illustre conterraneo di Grimes. Meritano una citazione anche la particolare sintesi fra musica indiana e dance occidentale realizzata con “4ÆM” e la lunga chiusura dell’album effettuata con “IDORU”, una delicata lovesong di oltre sette minuti: alla conclusione di questo mirabolante viaggio musicale in quella controversa e conflittuale nuova era che è l’Antropocene, Grimes sembra voler affermare ancora una volta che sia proprio la forza dell’amore (per i propri cari, l’ambiente o qualsiasi cosa che possa istillare positività nell’essere umano) ciò che possa salvare tutti noi. Una conclusione forse scontata, ma non troppo a ben vedere.

Per nulla scontato è, al contrario, “Miss Anthropocene”, musicalmente parlando il miglior lavoro di Grimes ad oggi, nonché un concept toccante. Ispirato infatti anche  dalla recente scomparsa di alcune persone care all’artista canadese – una cara amica morta di overdose e la scomparsa della storica manager, che ha ritardato di qualche mese l’uscita dell’album – l’ultimo LP di Grimes racchiude di fatto una profonda riflessione sull’inscindibile dicotomia fra morte e vita, nonché un tentativo di dare un volto alla “Goddess of Climate Change”, per consentire all’umanità di riflettere non tanto su una minaccia oscura, quanto su qualcosa di concreto da cui non si possa distogliere lo sguardo. Un ragionamento forse contorto ma in linea con il personaggio-Grimes: l’unica cosa certa è il valore della musica contenuta in “Miss Anthropocene”, che già ci sentiamo di annoverare fra i dischi più rappresentativi del 2020.

 

 

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola

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