No Movie – “Van Gogh tra il grano e il cielo” recensione del nuovo film

In anteprima mondiale in più di 300 cinema italiani il 9, 10 e 11 aprile, “Tra il grano e il cielo” è il titolo del nuovo film-documentario che svela il genio di Vincent Van Gogh attraverso gli occhi della sua più grande collezionista, Helene Kröller-Müller. Diretto da Giovanni Piscaglia e scritto da Matteo Moneta, il film si avvale della consulenza e partecipazione di Marco Goldin, storico dell’arte e curatore della mostra ospitata nella Basilica Palladiana a Vicenza.

La domanda sorge spontanea, considerate le uscite recenti di altri due film sull’artista (“Vincent Van Gogh, un nuovo modo di vedere” e “Loving Vincent”), perché fare un altro film su Van Gogh?

In effetti Van Gogh è stato raccontato centinaia di volte, il dubbio di andare ad ascoltare una storia già nota era forte, ma la scelta di presentarla attraverso la figura di Helene Kröller-Müller rende il film unico.

Helene Kröller-Müller, agli inizi del Novecento, è una delle donne più ricche d’Olanda. Conosce le opere di Vincent e se ne innamora, acquista la prima nel 1909 e ben presto la sua collezione diventa la più importante al mondo. Ispirata da un viaggio tra Milano, Roma e Firenze, e dall’esempio del mecenatismo dei Medici, decide di costruire un museo che possa custodire le opere di Vincent e renderle pubbliche. Il Kröller-Müller Museum di Otterlo, in Olanda, oggi contiene circa 300 lavori di Vincent, 88 dipinti e 180 disegni.

Il film racconta in modo poetico il rapporto bellissimo tra due persone che, pur non essendosi mai conosciute, condividono la stessa tensione verso l’assoluto, la medesima ricerca di una dimensione religiosa e artistica pura, senza compromessi.

Un’altra scelta innovativa è quella di guardare al mondo interiore di Van Gogh con una visione molto spirituale e delicata, lontana dallo stereotipo del “genio tormentato che si taglia l’orecchio”, del folle eroe romantico dalla pennellata selvaggia. Questa lettura delicata permette anche di guardare le sue evoluzioni artistiche in maniera più lucida, evidenziando attraverso il racconto che il suo lavoro è principalmente caratterizzato da una continua ricerca artistica e stilistica.

L’impostazione registica del film-documentario è classica, non contiene parti di fiction, per questo motivo è stato deciso di dare un valore aggiunto attraverso il contributo di un’attrice di spessore, Valeria Bruni Tedeschi, che diventa la voce narrante del rapporto tra Helene, Vincent e la spiritualità. L’attrice è ripresa nella chiesa di Auvers-sur-Oise, la stessa che Van Gogh dipinse qualche settimana prima di togliersi la vita.

“Ci sembrava che lei, con la sua inquietudine caratteriale, potesse rappresentare perfettamente questa parte del racconto, senza introdurre una parte di fiction. Aggiunge una parte di riflessione che chi scrive i testi ha bisogno di mettere come chiave di pensiero e di riflessione più intima”. – Didi Gnocchi, produttrice del film.

Montaggio, fotografia e colonna sonora (scritta da Remo Anzovino) rispecchiano l’evoluzione interiore dell’artista e la enfatizzano, rendendo impressiva e poetica la narrazione.

Il film porta lo spettatore nei luoghi in cui l’artista ha vissuto e lavorato, per cercare le radici della sua ispirazione e scavare a fondo nella sua interiorità. Racconta degli esordi con i disegni a carboncino, del passaggio al colore, dei gialli e degli azzurri che esplodono nei campi durante il periodo trascorso in Provenza, durante il quale Vincent abbandona le tinte terrose per abbracciare colori più vivi. Racconta anche dell’ultima parte della vita di Vincent senza cadere nei cliché che circondano la sua morte e i disturbi mentali da cui era affetto.

 

 

Autore dell'articolo: Irene Caldi

Irene Caldi