No Report – ARCTIC MONKEYS live @ Mediolanum Forum d’ Assago

Dopo le precedenti due date romane dello scorso maggio, Alex Turner e compagni tornano in Italia, il 4 giugno, al Mediolanum Forum d’Assago per il loro Tranquility Base Hotel & Casino Tour.

Mentre il palazzetto, sold out, va riempiendosi, a scaldare il pubblico ci pensa Cameron Avery, membro dei Tame Impala, che, insieme anche a Tyler Parkford dei Mini Mansions, ha partecipato da turnista alla realizzazione di questo ultimo album dei Monkeys.

Qui la prima collaborazione di Alex Turner con i Mini Mansions:

 

L’australiano Avery, accompagnato da basso e batteria, siede al centro del palco al piano e presenta Ripe Dreams, Pipe Dreams , suo primo lavoro da solista. L’atmosfera risulta essere perfettamente in linea a quella del nuovo album degli Arctic Monkeys, con il piano ad accompagnare e quel ritmo lento, prevalentemente quattro quarti, della batteria a fare da tappeto alla voce calda e soffusa di Cameron.

Il Forum è ormai gremito, il pubblico scalpitante aspetta il tempo necessario al cambio strumenti sul palco, con quella miriade di tastiere da piazzare, utili principalmente ai brani di Tranquility Base Hotel & Casino, quando finalmente arriva il buio che lascia spazio ad un boato generale da parte del pubblico d’Assago, alla vista dei primi passi della foltissima band sullo stage, colorato da una soffusa luce rossa lampeggiante accompagnata dall’inconfondibile suono intermittente che preannuncia l’inizio di Four Out of Five.

Benvenuti al live degli Arctic Monkeys al Mediolanum Forum d’Assago.

Davanti ad una immensa scritta a led, M O N K E Y S, a salire sul palco sono addirittura in 9.

Alex Turner, con il suo nuovo look anni ’70, sempre più immerso nel passato, e i soliti Matt Helders alla batteria, Jamie Cook alla chitarra e Nick O’Malley al basso, sono accompagnati da vari turnisti, tra i quali i già citati Avery (chitarra) e Parkford (piano).

Un attimo di pausa e ed ecco che Matt può sfogarsi alla batteria: parte Brainstorm, seguita immediatamente da Crying Lightning, seconda traccia di Humbug, album del 2009.

Arriva il momento per Turner e compagnia di iniziare a porre quelle domande che tanto hanno caratterizzato il precedente AM: Do I Wanna know? e Why’d You Only Call Me When You’re High? per poi suonare un brano ideale alla strumentazione e agli elementi presenti sul palco: 505.

Si passa a One Point Perspective, brano del nuovo album, dopo il pogo di Brianstorm e le mani al cielo per Do I Wanna Know, spaventosa risulta essere l’opposta reazione del pubblico, visto dall’alto, totalmente immobile.

Risaputo quanto Tranquility Base Hotel & Casino abbia diviso in due l’opinione dei sostenitori degli Arctic, quanto praticamente chiunque si aspettasse ancora un po’ di violenza dai ragazzi di Sheffield che alla fine non è arrivata.

Nonostante ciò, dopo un primo impatto, evidentemente spiazzante un po’ per tutti, ci si rende conto di essere davanti ad un album dalla rara qualità musicale, per la ricercatezza degli accordi, per i fraseggi incrociati delle tastiere, per nulla banali, e le nuove atmosfere raggiunte, intraviste con AM già nel 2013, e arrivate ad una vera e propria quadratura con quest’ultimo lavoro in studio.

Vero è che penalizza abbastanza la scelta di mantenere per l’intero album, ben 13 brani, sonorità pressoché identiche, ma se si guarda all’intera discografia degli Arctic Monkeys ci si rende conto di come sia un percorso completo e che la violenza di cui stavamo parlando qualche riga più in alto, è stata già concessa con i primi album, eccome se è stata già concessa.

C’è anche da dire che Turner ormai non è più un ragazzino, per intenderci non è più quello di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, lui stesso ha dichiarato di vergognarsi per alcuni testi scritti in passato. Ha anche dichiarato che lui in realtà vorrebbe essere come Mina, rivelandosi grande ammiratore della musica italiana del tempo, nonché grande ammiratore di Celentano: il tuo bacio è come il rock è un capolavoro”.

In questo processo di invecchiamento precoce del frontman delle Scimmie Artiche, nonostante tutti si aspettassero qualche altro pezzo da pogo selvaggio, il risultato è stato un disco da vinile e vino rosso da ascoltare davanti al camino, con il basso sincopato di Nick O’Malley a mettere la firma Arctic Monkeys.

Ma torniamo al concerto.

Prima di passare per AM, con One for the Road e Arabella è il momento di fare un tuffo nel passato con Do Me a Favour appartenente al secondo album Favourite Worst Nightmare del 2007, e per una Cornerstone da brividi per la voce di Turner e per il palazzetto che canta all’unisono.

Si ritorna al presente con l’omonima traccia dell’album: Tranquility Base Hotel & Casino e con She Looks Like Fun, alla quale tocca la stessa sorte di One Point Perspective.

Viene da pensare comunque che la fredda reazione per alcune delle tracce del nuovo album non sia solamente data dall’antipatia di alcuni per questa differente piega musicale, ma anche dal fatto che l’album al 4 giugno avesse poco meno di un mese di vita, essendo stato pubblicato l’11 di maggio, e quindi che avesse bisogno di più tempo per essere assorbito e assimilato dal pubblico.

Per un finale tutto in crescendo, piacevolissima sorpresa Pretty Visitors, direttamente da Humbug, e l’immancabile I Bet You Look Good on the Dancefloor che sancisce l’apparente fine del live prima del consueto encore.

Impressionante la pulizia del suono di Batphone, al rientro sul palco dei Monkeys, prima di lasciare grande spazio alla batteria di Matt Helders con The View From the Afternoon e salutarci infine, come di consuetudine, con la solita lecita domanda: R U Mine?

Di seguito la scaletta:

Four Out of Five
Brianstorm
Crying Lightning
Do I Wanna Know?
Why’d You Only Call Me When You’re High?
505
One Point
Perspective
Do Me a Favour
Cornerstone
One for the Road
Arabella
Tranquility Base Hotel + Casino
She Looks Like Fun
Knee Socks
Pretty Visitors
Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair
I Bet You Look Good on the Dancefloor
Encore
Batphone
The View From the Afternoon
R U Mine?

Autore dell'articolo: Giuseppe Fossi