No Report – Patti Smith, estasi in una fredda notte bresciana

Ricorderemo a lungo la nebbia ed il freddo tagliente che hanno caratterizzato in quel di Brescia la serata di lunedì 17 dicembre 2018, tuttavia anche queste sensazioni resteranno indissolubilmente legate alla splendida performance di Patti Smith presso la chiesa di San Giuseppe, meraviglioso edificio rinascimentale esternamente poco appariscente, situato nell’omonimo vicolo del centro storico.

Le code per ritirare i biglietti e per l’ingresso ed il clima rigido patito fuori e dentro la chiesa sono state un sacrificio assai ben ripagato dall’intenso concerto tenuto dalla rocker di Chicago, espressiva e ieratica come non mai in questo contesto sacro, la cui acustica ha dato ulteriore enfasi ad un concerto semplicemente perfetto nel suo minimalismo.

In duo col pianista e chitarrista Tony Shanahan, è quasi ovvio pensare che la “sacerdotessa del rock” abbia trovato il suo habitat perfetto in questa meravigliosa chiesa: se all’esterno l’edificio è poco visibile, incastonato com’è fra gli stretti vicoli del centro, è un meraviglioso spettacolo di arte tardo rinascimentale e gotica quello che si è presentato agli spettatori che hanno gremito San Giuseppe; è dinanzi alla scalinata dell’altare maggiore che lo staff ha predisposto un piccolo palco con un semplice rialzo in legno, valorizzando il punto con splendide illuminazioni che hanno esaltato tanto la figura degli artisti, quanto le sinuose architetture di questo meraviglioso contesto.

Così, dopo il classico “quarto d’ora accademico”, Patti Smith e  Tony Shanahan fanno il loro ingresso fra gli applausi del pubblico, compiaciuti tanto dalla bellezza del set, quanto dalla calda accoglienza del pubblico bresciano; mentre il bravo polistrumentista si presenta opportunamente bardato per il freddo, Patti compie il suo ingresso con una mise semplice e forse un po’ troppo leggera: lo sguardo vivace e luminoso, che la fa sembrare ancora una ragazza, tradisce un progressivo intirizzirsi per il freddo, che la porterà presto a mettersi qualcosa di più pesante e un berretto che inizialmente le dona un’aria buffa, senza nulla togliere all’intensità solenne del concerto.

L’inizio è infatti quanto di più sacrale ci si possa aspettare dalla “Sacerdotessa”, che sfrutta al meglio la magnificenza della chiesa e la sua stupefacente acustica, che valorizza al meglio una voce ancora da brividi, facendo riecheggiare ogni singola parola fino alle profondità dell’animo dei presenti: i due brani scelti per aprire sono infatti “Wing” e “Ghost Dance”, per la quale la Smith improvvisa qualche passo di danza tribale, due inni alla libertà – quella personale e quella perduta dal popolo nativo americano – e alle persone care non più presenti nelle nostre vite. Libertà, spiritualità e amore saranno i leit-motiv di questa intensa serata.

La scaletta prosegue infatti con”Peaceable Kingdom”, solenne inno alla pace contenuto nell’album “Trampin'” uscito nel 2004, il cui refrain finale sfuma in una interpretazione quasi spoken words del ritornello di “People Have the Power”, e “The Jackson Song”, la nenia dedicata al figlio Jackson, all’epoca ancora bimbo, che diventa una prima occasione per condividere con i presenti un tenero e commovente ricordo del marito defunto Fred “Sonic” Smith. Patti non dimentica la sacralità della natura e sceglie di celebrare anche la sua importanza utilizzando una cover tanto amata quanto celebre “After the Gold Rush” di Neil Young, alla quale parzialmente cambia le strofe finali, diventa un inno alla natura e una preghiera a tutti gli uomini affinché torniamo a rispettare il pianeta in cui viviamo, nel quale continuiamo a causare l’estinzione di importanti specie viventi e a uccidere lentamente interi habitat con il riscaldamento globale.

L’artista ha a questo punto un lieve momento di imbarazzo e qualche primo accenno di tosse, che tuttavia affronta coprendosi ulteriormente e dedicando a Robert Mapplethorpe “Beneath the Southern Cross”: Patti e Tony si armano di chitarra e la cantante inizia a intonare il brano con grande intensità e senza sbavature, nonostante la costipazione che talvolta la costringe a nascondere qualche colpo di tosse nei momenti in cui la voce cede il posto ai meravigliosi arpeggi dei due. Si apre un siparietto simpatico alla fine del brano, con gli accordi finali accelerati dalla Smith per finire bene il brano, a dispetto del freddo che, nonostante la chiesa stracolma, è divenuto vero e proprio gelo per via dell’abbassamento della temperatura esterna.

Dopo qualche risata e tanti applausi di apprezzamento ed incoraggiamento, lo show prosegue con la tradizionale “O Holy Night”, nella quale loda la saggezza dei Re Magi che non credettero alle false buone intenzioni di Erode, e due classici in sequenza per una ulteriore standing ovation del pubblico: “Dancing Barefoot”, nella quale nasconde l’imbarazzo per l’ennesimo colpo di tosse cantando ancora più forte esaltando tutti i presenti, e “Pissing on a River”.

Il pubblico e i musicisti sono visibilmente soddisfatti di una serata incredibile, nella quale in pochi brani la Smith riesce nel duplice intento sia di ripercorrere un’intera carriera nel mondo della musica, sia di condividere con i presenti quelli che sono stati i temi principali della sua missione artistica. Colpisce la dedica agli amici italiani Stefano e Rita, che l’hanno condotta ed accompagnata in questo suggestivo tour, realizzata proponendo la cover “Love Is All We Have Left”, uno degli ultimi brani davvero validi composti dagli U2, reinterpretato da Patti con quel fuoco sacro che Bono e compagni sembrano purtroppo aver perso da tempo.

Si capisce che il concerto si sta avviando verso la fine, con Patti contenta del calore umano espresso dal pubblico, che rende sopportabile il clima rigido della serata, dicendoci col suo radioso sorriso “It’s cold, but… we’re together!” mentre passa ad introdurre una canzone, quella canzone che nonostante il passare degli anni continua a farle pensare all’amato marito Frederick e che sente sua nonostante sia stata scritta da quel genio di nome Bruce Springsteeen: così, l’immortale “Because the Night” viene cantato all’unisono da artisti e pubblico, in quella che è ormai diventata una celebrazione della libertà, della vita e, implicitamente, del Natale, inteso nella sua accezione più sincera come il momento in cui stringersi ai propri cari, inclusi quelli lontani o quelli che purtroppo non sono più con noi. Patti canta, dirige con perizia e divertimento il coro del pubblico e si gode l’ennesima standing ovation, ricevendo dagli organizzatori un bel mazzo di gigli.

Il gran finale si ha con “People Have the Power”, che in questo meraviglioso contesto diventa tanto un inno a cambiare le cose che non vanno in questo mondo, esprimendo il lato migliore della nostra umanità tanto per il mondo in cui viviamo, quanto per le future generazioni, ed ecco che infatti alcuni bambini vengono invitati a stare sul palco.

Patti e Tony salutano emozionati il pubblico, felici e quasi commossi di aver vissuto qualcosa di speciale, un concerto unico nel quale si è stabilito un rapporto meraviglioso con il pubblico, in uno scambio reciproco di emozioni; una serata dal clima rigido divenuto infine sopportabile grazie a tutte queste emozioni, dalla quale tutti i presenti sono usciti portandosi a casa un ricordo luminoso e speciale, legato ad un concerto che si è rivelato essere un’esperienza umana profonda e difficilmente ripetibile.

Grazie dunque a Patti Smith, un’artista in grado di toccare l’interiorità più profonda del proprio pubblico con le sue capacità espressive ed il suo modo d’essere assolutamente unici.

 

Setlist:

  1. Wing
  2. Ghost Dance
  3. Peaceable Kingdom/People Have the Power
  4. The Jackson Song
  5. After the Gold Rush (Neil Young cover)
  6. Beneath the Southern Cross
  7. O Holy Night (traditional)
  8. Dancing Barefoot
  9. Pissing In a River
  10. Love Is All We Have Left (U2 cover)
  11. Because the Night
  12. People Have the Power

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola

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