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No Review – i,i: il tramonto sul fiume nell’ultimo album dei Bon Iver

Il 30 agosto è stato pubblicato il quarto album dei Bon Iver dal criptico titolo ‘i, i’, che abbiamo potuto ascoltare in anteprima su tutte le principali piattaforme di musica online. L’uscita dell’album è stata anticipata dalla pubblicazione di alcune enigmatiche immagini sul sito della band iCOMMAi (al link http://icommai.com/) ed alcune tracce del disco sono state suonate in anteprima all’unica data italiana del tour dei Bon Iver il 17 luglio scorso al Castello Scaligero di Villafranca.

Metaforicamente parlando, i quattro album registrati in versione studio dai Bon Iver (letteralmente, ‘Buon inverno’), possono essere paragonati alle quattro stagioni dell’anno.

Così, mentre il primo album ‘For Emma, Forever Ago’, ancorato a ballate melodiche e chitarre acustiche, rappresenta l’inverno del gruppo, il successivo album ‘Bon Iver, Bon Iver’, con cui la band inizia a sperimentare gli effetti vocali sul falsetto di Justin Vernon, ne rappresenta la primavera. Parimenti, il terzo disco ‘22, A Million’, denso di suoni artificiali e dell’utilizzo dell’overdub, rappresenta l’estate del gruppo.

Come anticipato dal frontman e voce della band Justin Vernon nel documentario ‘Bon Iver: Autumn‘ (al link https://www.youtube.com/watch?v=ne7VX3sb4rQ), l’ultimo disco ‘i,i’, rappresenta l’autunno della band statunitense, la stagione della raggiunta consapevolezza esistenziale e musicale.

Justin Vernon

In una dichiarazione infatti, lo stesso Vernon ha definito ‘i,i‘ il disco più adulto e più completo della band e questo è ciò che accade, afferma Vernon, “quando vivi tantissimo, il sole inizia a tramontare e ciò che succede è che inizi a prendere coscienza.

Al primo ascolto il disco emerge in tutto il suo ermetismo e può sembrare ostico, enigmatico.

Ma dopo l’analisi dei testi scritti da un Vernon al culmine di una consapevolezza raggiunta all’esito di un percorso di sperimentazione musicale ed esistenziale, il disco si presenta come un’epifania, che lascia trasparire davvero l’immagine di un tramonto dopo la nube oscura del passato.

Già dal titolo dell’album ‘i,i’, emerge il raggiungimento di una consapevolezza antropocentrica che pone l’uomo come fulcro e risultato della ricerca esistenziale ed il vissuto di Vernon al centro della composizione musicale.

L’album è breve ed intenso, composto da 13 brani che rappresentano essi stessi il percorso catartico di Vernon e della sua band verso il raggiungimento di una consapevolezza densa di emozioni, intensa e confusa, colta hic et nunc, nel vivente dentro il presente.

Il disco parte con la traccia Yi, che incide un momento di prove tecniche di registrazione.

Segue la traccia iMi, dove più forte si sente l’influenza di James Blake. Il pezzo parte con un’inquietudine iniziale causata dagli effetti delle distorsioni vocali e prosegue aprendosi grazie alla chitarra ed alla voce eterea di Vernon che canta ‘I am, I am, I am’, chiudendosi con un crescendo di sassofono che rompe gli schemi musicali canonici lasciando ampio spazio alla riflessione.

L’album prosegue con la traccia We, in cui si ripresenta l’inquietudine esistenziale di Vernon che canta ‘I want it back, won’t you tell me how to get it back?’, in un crescendo esasperato dai sassofoni e dall’overdub di sottofondo.

Holyfields è una canzone che si apre con l’enigmatico falsetto di Vernon in cui la band lascia intravedere un flash di speranza, ‘flash hope’, nell’immagine della luce di un’alba che sale, ‘the dawn is rising’, lasciando intendere che nel mezzo di questa ricerca dolorosa l’unico barlume di speranza è rappresentato dalla natura con i suoi spazi e le sue immagini di luce.

Segue la commovente Hey,ma, un appello struggente alla madre quale unica figura di certezza e di pace nei vicoli ciechi che presenta il labirinto della vita. Il video ufficiale della canzone contiene immagini dell’infanzia di Vernon che in questo pezzo canta con la sua voce naturale, senza effetti vocali e distorsioni.

U (Man like), è una canzone semplice con una base di pianoforte, su cui cantano cori che presentano special guest stars e partecipazioni famose quali Moses Sumney e Bryce Dessner dei The National. È una canzone politica di denuncia contro la situazione dei senzatetto in America in cui Vernon canta “How much caring is there of some American love when there’s lovers sleeping in your streets?Quanta cura c’è di un amore americano quando ci sono amanti che dormono nelle tue strade?

Segue poi Naeem, il cui incipit alla tastiera ricorda ‘Limits to your love’ di James Blake, dove il falsetto di Vernon diventa quasi un urlo con cui il cantante chiede più amore, ‘more love’. Anche questo pezzo presenta la partecipazione di Bryce Dessner dei The National la cui influenza si sente durante tutto il pezzo.

Seguono poi Jelmore e Faith, rispettivamente la quarta e la terza traccia estratte in anteprima dall’album. In Jelmore alla base affidata al sintetizzatore si affiancano testi ermetici fatti di immagini oniriche (l’uomo con la maschera antigas), mentre Faith è un pezzo semplice ed orecchiabile in cui è il testo poetico di Vernon a farla da padrone. In Faith Vernon si affranca dall’inquietudine esistenziale grazie agli affetti ed alla natura (‘this for my sister, that for my maple’) e raggiungendo la struggente consapevolezza che le cose belle si sprecano, che la fede declina, che dunque è tempo di essere coraggiosi (‘the wonderful things i’ve learned to waste, we have to know that faith declines, it’s time to be brave’).

Marion è una dolcissima ballata blues in cui dominano la chitarra e il falsetto di Vernon e sulle cui note sembra quasi vedere il cantante ammirare il tramonto sul fiume nelle dolci vallate del Wisconsin mentre canta del suo amore a metà (‘Well, I thought that this was half a love, follow to the rising sea’).

Salem è una canzone immortale che incanta con il dolcissimo falsetto di Vernon e che culla con il sassofono in sottofondo, in cui il cantante arriva alla constatazione che non esiste una pace automatica (‘I’ve learned a lesson, big guy, there’s no automatic peace’).

In Sh ‘Diah (titolo criptico che dal sito della band ‘iCOMMAi’ risulta essere una crasi per la frase ‘the shiettest day in American history’, riferendosi al giorno dell’elezione di Donald Trump) comanda un sassofono pazzesco che fa da sfondo al falsetto di Vernon, regalando immagini oniriche di tramonti sereni del Winsconsin che infondono serenità e pace.

L’ultima traccia dell’album è Rabi, canzone che si apre con la chitarra acustica e la voce di Vernon che si ferma sulla spiaggia ed esorta l’ascoltatore/se stesso a godersi la festa mesta della vita, chè nulla può alleggerire la mente e che tanto alla fine andrà lo stesso tutto bene (Well it’s all just scared of dying, But isn’t this a beach? Nothing’s gonna ease your mind, Well it’s all fine and we’re all fine anyway).

tramonto WisconsinL’album è una riflessione intima ed intensa sul susseguirsi delle stagioni della vita, dove il passato è una nube oscura ed il presente è un tramonto sul fiume.

Mariafrancesca Calabrini

Autore dell'articolo: francesca calabrini

francesca calabrini
Ragazza con un debole per le cause perse e una passione per la musica.