No Review – Nine Inch Nails “Bad Witch”, la caccia alle streghe

Nonostante “Hesttation Marks”, ultimo album di inediti ufficiale dei Nine Inch Nails, risalga ormai al 2013, gli ultimi anni sono stati un periodo assai prolifico per Trent Reznor, fra acclamate soundtrack realizzate con l’aiuto dell’ormai inseparabile Atticus Ross, progetti paralleli, comparsate illustri (la memorabile esibizione al “Bar Bang” nell’ultima serie di “Twin Peaks”), concerti ed opere di ristampa dei vecchi capolavori.

Un paio d’anni fa abbiamo tuttavia accolto con gioia la notizia dell’imminente pubblicazione di una trilogia di EP a nome NIN, iniziata con i primi due capitoli “Not the Actual events” e “Add Violence”, due pubblicazioni assai ispirate uscite nel giro di pochi mesi, che ci hanno restituito l’ormai inscindibile duo Reznor-Ross in stato di grazia, con spunti creativi spesso assai superiori agli ultimi due full length che, seppur siano certamente stati due prodotti notevoli, che li hanno confermati come maestri indiscussi dell’industrial rock, nel complesso si sono in parte rivelati privi di quegli acmi compositivi che hanno caratterizzato i capolavori prodotti fino a “The Fragile”.

Il presente “Bad Witch” dovrebbe quindi costituire l’ultima parte di questa trilogia oscura ma, ad onor del vero, nelle ultime interviste e in alcuni corrosivi post sul web, un loquace ed arrabbiato Trent, dopo essersi scusato per il ritardo di quest’ultima uscita ammettendo un periodo di mancanza d’ispirazione, ha un po’ sorpreso con le sue dichiarazioni, asserendo che questo deve ad ogni effetto essere considerato come “il nuovo ALBUM dei NIN” e non soltanto un EP. Quest’affermazione, tecnicamente assai discussa per via dell’esiguo numero di brani e della breve durata dell’album, nasce in realtà da un’aperta polemica con i servizi di streaming online come Spotify: infatti, secondo Reznor, gli algoritmi di queste piattaforme penalizzano le pubblicazioni “Extended Play” in favore di single e LP, per cui, pur riconoscendo che “Bad Witch” è a tutti gli effetti un EP, perché classificare la sua ultima opera come tale, se così facendo vi è solo il rischio di renderla meno visibile al pubblico? Sono assurdità del mercato discografico digitale, e a fronte di questa schiettezza è difficile dargli torto.

Ciò che conta è tuttavia la qualità della musica, per cui fugata ogni questione formale è ora di parlare della  qualità del disco, che senza troppi giri di parole è strepitosa.

Nato come risposta di un frustrato Reznor nei confronti dell’attuale, inquietante scenario politico e culturale degli USA, “Bad Witch” è un album sinistro e inquietante già a partire dal titolo: se il Paese sta tornando al clima intimidatorio della “caccia alle streghe”, allora i NIN vogliono avere il ruolo della strega cattiva.

In questa sporca manciata di brani la band rielabora notevolmente il proprio sound, unendo l’inconfondibile stile industriale con ispirazioni musicali legate all’elettronica sperimentale made in UK non solo per le origini di Ross: dopo un’ouverture di pura violenza sonora come “Shit mirror” (“I eat your loathing hate and fear / Should probably stay away from here”), già destinata ad entrare fra i classici della band, nei brani seguenti il sound tende sempre più a variare, oscillando fra questa violenza pura e sonorità più insolite e ricercate, che suscitano nell’ascoltatore un costante senso di inquietudine esistenziale.

Già a partire dalle constatazioni senza speranza di  “Ahead of ourselves”  (“Obsolete, insignificant / Antiquated, irrelevant / Celebration of ignorance / Why try change when you know you can’t?”) la rabbia pura si stempera in oscure sonorità trip hop, che molto ricordano il lavoro di remix compiuto da The ORB su quel single capolavoro che fu “The Perfect Drug”, mentre compare via via un sapiente uso del sax, suonato dallo stesso Reznor, che riecheggia nientemeno che le atmosfere delle opere più sperimentali del grande David Bowie, mentore e amico col quale negli anni ’90 ha avuto modo di collaborare, entro uno scambio di visioni che ha contribuito ad una crescita artistica reciproca.

In molti hanno pensato proprio a queste vecchie ma sempre attuali collaborazioni col Duca, nonché ad un omaggio al disco di commiato di Bowie, quel capolavoro assoluto intitolato “Blackstar” dal quale Reznor ha tratto lo scorso anno una struggente cover di “I can’t give everything away”  (fatevi del bene andando ad ascoltarla qui ) ; tuttavia, le atmosfere da Guerra Fredda presenti in “Bad Witch” e proprio quel modo inconfondibile di utilizzare il sax, ci fanno piuttosto propendere per un salto nel tempo ancora più all’indietro, arrivando fino al lato B di “Heroes”, quello delle fredde e minimali sperimentazioni berlinesi realizzata attraverso brani strumentali come “Sense of Doubt” o “Neuköln”, figli di quell’inquietudine mitteleuropea di una città divisa fra due mondi. Credo che sia questa la direzione in cui guardare, poiché il mondo per i NIN sta tornando indietro ed è questo secondo loro il clima che si sta riproponendo oggigiorno: ecco quindi che le glaciali esecuzioni strumentali di danze macabre dalle atmosfere doom come “Play the Goddamned part”, “I’m not from this World” e “Over and out” esprimono al meglio questo triste messaggio.         

Forse è il trip notturno di “God break down the door”, il pezzo che meglio esprime la sensazione di smarrimento di questi tempi, una techno dance onirica da incubo, incalzante ed ossessiva nella quale Trent continua a ripetere che “non ci sono risposte qui”, per poi passare definitivamente all’atmosfera desolante dei già citati pezzi strumentali.

Album crudo ed impegnato, assolutamente figlio dei tempi, “Bad Witch” ci riconsegna i NIN più ispirati che mai ponendosi come una delle release più significative del 2018, a prescindere da ogni questione di etichetta.

Non ci resta che attendere un ritorno spettacolare della band sui palchi italiani, dai quali mancano ormai da troppo tempo.

Tracklist

  1. Shit Mirror
  2. Ahead of Ourselves
  3. Play the Goddamned Part
  4. God Break Down the Door
  5. I’m not from this World
  6. Over and Out

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola