Ermal Meta: la “Tribù Urbana” in cui sentirci simili [Recensione]

Pochi ricordano Ermal Meta a Sanremo Giovani nel 2006 con il gruppo “Ameba 4”, nel 2010 con “La Fame di Camilla”, e nel 2016, come solista, con il brano “Odio Le Favole”. Ma tutti ricordano “Vietato Morire” e quello che è venuto dopo. Un terzo posto, il premio della critica, il successo. Arrivato, finalmente, dopo anni in cui Ermal era stato autore per altri (ricordiamo, ad esempio, “Pronto a Correre” per Marco Mengoni e “Straordinario” per Chiara Galiazzo). Una strada in discesa, dopo quel Sanremo del 2017 che lo aveva fatto conoscere al grande pubblico attraverso una storia autobiografica e delicata. Poi la vittoria del festival con “Non Mi Avete Fatto Niente” insieme a Fabrizio Moro, la popolarità di “Non Abbiamo Armi”, il tour e infine il terzo posto nella kermesse televisiva, quest’anno, con “Un Milione di Cose Da Dirti”.Ermal Meta sembra non sbagliarne una. E “Tribù Urbana”, il suo ultimo album, uscito lo scorso 12 marzo, lo conferma.

La forza di Ermal è nella trasversalità della sua musica. Nell’universalità dei messaggi di cui si fa portavoce. “Tribù Urbana” è il tentativo di dare forma al complesso di voci che colorano il reale. Uno scorcio di verità di cui il cantautore è perfetto spettatore e cronista. Parole di luce e di sole di fronte all’oscurità di un presente poco convincente. Un album necessario, proprio adesso, proprio qui. Ermal Meta canta di un’umanità unita da un solo cielo, a partire dalla prima traccia, “Uno”, titolo più che appropriato per l’apertura di “Tribù Urbana”. “Uno”, con i suoi cori e il suo ritornello-slogan ripetuto per tutta la durata dei suoi tre minuti e mezzo, sa di live. Sa di corpi che si sfiorano senza essersi mai conosciuti prima, nell’assembramento umido di un concerto, metaforicamente emblema di una dimensione più grande. Una dimensione che riguarda la diversità in cui ci mischiamo quotidianamente nell’incontro con il mondo. L’artista, di origini albanesi ma in Italia dai suoi tredici anni, ha capito presto cosa fossero le differenze e quanto fosse superfluo stare a contarle, se poi “il cielo è uno”. La sua storia è quella di molti o forse di tutti, in un “Destino Universale” che ha alla base un forte attaccamento all’esistenza, punto cardine del repertorio di Ermal Meta. Anche in “Un Altro Sole” viene ripreso il concept che guida l’intero progetto di una sorte comune in cui le distanze si annullano. Una totalità che ci porta a vestirci, inoltre, delle narrazioni romantiche, che si servono dell’individualità per diventare di chiunque. Così, in “Un Milione Di Cose Da Dirti”, “Un Po’ Di Pace”, “Stelle Cadenti” e “Non Bastano Le Mani”, Ermal torna a raccontare d’amore con dolcezza. Un tema che è il più scelto da sempre da chi scrive, ma che non viene trattato con banalità. Anzi: l’autore è sincero, forse impotente di fronte alla potenza di un sentimento che non si può spiegare. Allora, restano le note e qualche canzone a metterle insieme, per farne melodia. “Un Po’ Di Pace”, in particolare, sorprende per l’evidente distacco compositivo rispetto agli altri brani. L’originalità consiste nel semplice accostamento degli strumenti, che sembrano quasi parlare a voce bassa come in una ninna nanna.

“No Satisfaction” le si oppone sicuramente a livello ritmico e contenutistico. Un adattamento attuale della famosissima “(I Can’t Get No) Satisfaction” firmata Rolling Stones, presentato come singolo che ha anticipato il release di “Tribù Urbana”. Il rock accompagna la rabbia contro una “New Generation” che, come lo stesso Meta ha affermato, non rappresenta solo i più giovani. La New Generation siamo tutti noi, che “Ne Usciremo Migliori”. Che “Andrà Tutto Bene”. Eppure, cosa è cambiato? Davvero è possibile trarre soddisfazione da un mondo che si urla violenza addosso e cerca una solitudine egoista? È qui che, ancora una volta, torna il messaggio di comunione che accompagna l’ascolto dell’album.  Ed è ne “Gli Invisibili” che questo senso di unità raggiunge l’apice: Ermal si immedesima negli ultimi, negli emarginati, immaginandoli come i soli in grado di salvare il mondo. I veri eroi da cui prendere ispirazione. Anche “Nina e Sara”, protagoniste della quinta traccia, vengono dipinte come eroine della loro storia. Scelgono l’amore e scelgono il rischio, di fronte a una società che le vorrebbe incapaci di comprendere cosa significa essere felici.

I diversi, gli ultimi, i “fenomeni” (“Vita da fenomeni” è il penultimo brano della tracklist): ci siamo tutti in questo progetto nuovo ed emozionante di Ermal Meta. Sotto uno stesso cielo, ma soprattutto in braccio a una stessa mamma-musica che allatta i nostri sogni e ci rende uguali. Pronti a credere, sempre e comunque, nella speranza di un domani migliore.

Autore dell'articolo: Chiara Trio

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Studentessa di Economia dei Beni Culturali e Dello Spettacolo, ha 19 anni ma al suo primo concerto era nel passeggino, mentre Ligabue urlava contro il cielo. "Il favoloso mondo di Amélie" è il suo film preferito, forse perché, come la protagonista, lascia la testa sulle nuvole, abbandonandosi a una realtà fatta di libri, musica, cinema, teatro e podcast.