Il riscatto di chi non si dà per vinto: Van Morrison lancia “Latest Record Project: Volume 1” [Recensione]

La verve di chi vuole andare avanti, di chi non vuole farsi definire “finito”, di chi ha ancora voglia di dire la sua: ecco come si potrebbe brevemente descrivere Latest Record Project: Volume 1 di Van Morrison. Un riscatto, un modo di reagire per non sentirsi dimenticati nel cassetto dei ricordi, della “musica di un tempo”. Van Morrison è qui, nel presente, e ha tutta la voglia di dimostrarlo.

Il musicista di Belfast aveva già pubblicato l’anno scorso una serie di singoli e di lavori prodotti durante il primissimo lockdown, nel cuore del periodo pandemico, proprio per contestare e criticare le misure attuate dal governo per limitare la diffusione dei contagi. Ha così pubblicato a fine agosto 2020, sul proprio sito web, una lettera attraverso la quale ha preso posizione contro le misure che impongono agli spettatori di mantenere tra loro la distanza di sicurezza ai concerti e, allo stesso tempo, registrato tre “canzoni di protesta”.

Nonostante Van Morrison abbia, quindi, mal digerito il periodo di chiusura, ha saputo trarne ispirazione per realizzare un triplo album (in vinile) dalle sonorità incredibilmente variegate: un viaggio all’interno di più generi, un vero “tour” nella musica del cantante irlandese.

Morrison somiglia a Neil Young, entrambi in una specie di “esilio” dal mondo della musica, ma ancora desiderosi di dimostrare il loro valore. Come affermato dallo stesso artista: “Sentire sempre le mie solite canzoni quando ne ho composte più di cinquecento è stancante”. Ecco, col suo nuovo Latest Record Project: Volume 1 ha intenzione sì, di confermarsi come il re indiscusso del rock celtico, ma allo stesso tempo di esaltarsi in ambiti dove non è ancora riuscito ad affermarsi. Il 75enne non si accontenta di essere etichettato esclusivamente appartenente al mondo rock, così si gioca le sue carte e va dritto al cuore con il suo sassofono baritono accompagnato dall’organo, con la sua voce calda ancora all’altezza di quella apprezzata dei cantanti di musica nera.

Van in questo album ne ha per tutti, contestando i media, il governo e i colleghi: non mancheranno critiche di ogni tipo, ma si riconferma schietto e diretto, proponendo un album di ben ventotto brani, dai testi polemici, ma dalla musicalità raffinata, con reminiscenze di anni ’60 rinvigorite da un tocco più moderno e contemporaneo.

Morrison rimane un artista irriverente e introverso e lo dimostra attraverso un album dalle pennellate sempre differenti. Predilige il blues, tanto da dedicare un pezzo in suo onore: Thank God for the Blues è un’ode alla sua vocazione musicale, dove classici giri standard si uniscono ad una voce paragonabile al buon vino: invecchiando migliora soltanto.

Tuttavia, nonostante la sua preferenza, è capace di affiancare al blues generi come il jazz, lo swing, l’R&B, il country e il rock. Attraverso la prima traccia, introduce l’album a suon di melodie orecchiabili e coretti, ma è con Where Have All The Rebels Gone? che forma un incrocio sonoro grazie a due chitarre, il piano (suonato da Stuart Mcllroy) e l’organo hammond, eseguito magistralmente da Paul Moran, che si ripete anche nella successiva Psychoanalyst’s Ball. La lunga e tortuosa The Long Con è forse il pezzo più avanzato tecnicamente, nonostante risulti meno facile da apprezzare al primo ascolto: 7 minuti di voce solista, armonica e chitarra elettrica ed il resto della band che lo segue brillantemente.

Il sentimento contrario al lockdown non fatica ad imporsi nuovamente: Deadbeat Saturday Night è una presa di posizione nell’affrontare il suo periodo di quarantena, con una ripetuta critica all’interruzione dei concerti. Si fanno strada anche altri due brani in particolare, come Love Should Come With A Warning, dai deliziosi coretti, e Mistaken Identity scritte entrambe con l’aiuto di Don Black, celebre paroliere britannico che vanta nel suo curriculum composizioni per John Barry, Quincy Jones, Michael Jackson e Elmer Bernstein, giusto per citarne alcuni.

Only A Song è probabilmente il capolavoro dell’opera, nonché il brano più sponsorizzato sui social dallo stesso Morrison, consapevole della  sua forza espressiva lirica e strumentale. Il pezzo vanta un groove soul svolazzante, guidato da un organo vivace e intervallato da voci “botta e risposta” e un paio di assoli di sax sfolgoranti. “Solo una canzone quando tutto è stato detto e fatto”, mormora Morrison.

In Latest Record Project: Volume 1, la musica resta nei parametri del solito Van Morrison: l’alta qualità di registrazione, la bellezza del suono, la ricercatezza degli strumenti si scontrano con dei testi che cercano di restare al passo con i tempi, polemizzando sui media e sulle problematiche di oggigiorno, dall’internet ai social network, rischiando, tuttavia, di non risultare troppo convincente. Ne resta sicuramente un lavoro di 2 ore e 7 minuti godibile, apprezzabile e a tratti magnifico: se Morrison non sarà ricordato solo per le sue “dieci canzoni”, lo dovrà anche al detestato periodo di lockdown.

Autore dell'articolo: Gabriele Rapisarda

Classe 2001. Studente alla facoltà di Scienze Politiche a Roma Tre. Interessato ad attualità, amante di tecnologia e affascinato dal design. Ho sempre utilizzato il web per esprimermi come blogger e podcaster. Intraprendente, ambizioso e mai arrendevole.