No Interview – Alice Palazzi: tra cinema, teatro e progetti con i ragazzi

Alice Palazzi è un’attrice. La sua vita si divide tra provini, spettacoli e appuntamenti nelle scuole, con i ragazzi. Se c’è un filo rosso che lega i lavori che ha scelto, è la ricerca: la ricerca di informazioni, vissuti e risposte, la ricerca di un senso profondo in tutti gli incontri che fa, in scena, a scuola e nel mondo.

Di cosa ti stai occupando?

Sto lavorando su diversi progetti. Prima di tutto con UndeRadio, un progetto della cooperativa Edi per Save The Children: un progetto educativo, una web radio partecipata realizzata con gli studenti delle scuole medie e superiori di Roma. Da poco ho cominciato anche a lavorare con Alice nella città, sezione indipendente del Festival de Cinema di Roma, e per loro, sempre nelle scuole, mi occupo del progetto ‘Scelte di classe’.

Attraverso una piattaforma web, a disposizione degli insegnanti, gli studenti possono guardare film realizzati proprio per i ragazzi da 8 a 18 anni. Vado in classe dopo la visione dei film e discuto insieme a loro. Provo ad aiutarli a sviluppare la loro capacità di espressione, di critica, di opinione. A stimolare in loro curiosità per l’immagine e per il cinema.
Il mio mestiere principale, però, è quello di attrice e il resto del tempo mi divido tra spettacoli, provini, organizzazione per la mia compagnia teatrale “lacasadargilla”. Durante il giorno studio, memorizzo, conduco ricerche. Ho appena finito uno spettacolo per il Teatro di Roma: una visita-spettacolo del Teatro Valle che si va ad aggiungere a quelle in altri tre teatri che faccio insieme ad un gruppo di attori.
Insomma ogni giorno devo stare ben concentrata per passare da un file all’altro nel cervello. Ma diciamo che spesso è questo quello che fanno molti attori.

Di cosa parla il programma che realizzi per UndeRadio?

Underadio è una web radio che si fonda sulla Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza ed è realizzata dai giovani under18 che si confrontano su temi riguardanti l’integrazione e la non discriminazione. Vado in classe e con i ragazzi realizzo rubriche e approfondimenti radio, partendo da questioni come il bullismo, il gender, le migrazioni, la cucina globale o l’informazione consapevole.
La prima cosa che si fa quando si entra in classe è smontare il normale ‘setting’. Spostiamo i banchi e ci mettiamo in cerchio. Poi i ragazzi, come delle vere e proprie redazioni radiofoniche, sviluppano i temi attraverso la recensione di un film, per esempio, o
 il racconto di una ricetta o la storia della propria famiglia o cose che gli sono successe. Poi con microfono e cuffie registrano.

Molte delle scuole dove vado sono nella periferia e lì le storie che si raccolgono sono molto interessanti. Mi rendo conto che i ragazzi non vengono spesso ascoltati. Per questo, attraverso la radio, si riesce a dare vita a un silenzio bellissimo. Uno alla volta parlano e gli altri ascoltano.

Potrebbe sembrare un paradosso, visto che i ragazzi hanno oggi tanti strumenti per diffondere il loro pensiero…

La radio per i ragazzi è uno strumento “vintage”. Fa parte dei media tradizionali, che i giovani non usano quasi per niente: non comprano i giornali, vedono poca televisione e la radio la ascoltano in macchina, se un genitore li accompagna a scuola.

Gli studenti di oggi sono i cosiddetti ‘Millennials’, usano più che altro i social media. E’ come se, però, ci fosse una coincidenza tra lo spazio che concede un telefono alle parole e lo spazio che si concede un utente al pensiero. Tutti noi, davanti ad un cellulare o ai social, diventiamo sintetici, veloci distratti. La radio costringe alla parola, all’espressione, a difendere un’opinione con un’argomentazione (sui social esistono solamente reazioni), a prendere un tempo, a prendere consapevolezza del ritmo della propria voce.

Qual è, per te, l’aspetto più difficile del lavorare con i ragazzi?

All’inizio è molto difficile convincerli a parlare, anche se si tratta di esprimere un’opinione dopo la semplice visione di un film. È faticoso anche solo riuscire a farsi dire cosa piace loro. Ho l’impressione che i ragazzi non riescano a riconoscere le loro passioni. Se tu chiedi loro di cosa hanno bisogno, non lo sanno dire. Probabilmente si tratta anche di una cosa legata al periodo dell’adolescenza… però credo anche non siano abituati a connettersi con la loro “pancia”. 

Foto di Claudia Pajewski

Secondo te non hanno un buon rapporto con le emozioni o non hanno semplicemente strumenti per esprimerle?

Probabilmente é anche una normale questione anagrafica. Tuttavia, se fossero stimolati a parlare di più, troverebbero le parole. Per questo sono importanti progetti come quello della radio e quello sul cinema.

I ragazzi oggi vanno poco al cinema; guardano principalmente i film da soli, a casa e sul computer. Andare al cinema significa anche fare un’esperienza collettiva. Una sala grande, dove si spegne la luce e insieme ad altri assisti ad una storia. Se arriva un’emozione, te ne accorgi e magari ti accorgi anche che altri la stanno vivendo come te . Questo vale ancora di più in teatro, purtroppo però quello si che è proprio un luogo che non frequentano. Secondo me bisogna tentare di scardinare le abitudini dettate dalla velocità della società, rispettando sempre la loro età e il loro mondo.

Ciascuna esperienza lavora sempre in due direzioni. In che modo questo lavoro agisce su di te?

Sono laureata in Scienze dell’Educazione, ma la mia passione è sempre stata il teatro.
Dopo la laurea ho scelto di fare l’attrice, ma la pedagogia si è sempre riaffacciata nelle cose che ho fatto negli anni.

I progetti di cui ti ho parlato mettono insieme le mie due nature, artistica e pedagogica.
Lavorare con gli adolescenti mi stimola e diverte. Sento di fare un buon lavoro con loro.
Ho un’età che mi permette di riconoscere a che punto sono nel loro cammino di crescita: hanno quell’incoscienza e quell’arroganza che li porta a fare, a sbagliare e a conoscersi attraverso i loro errori. Attraverso questi passa la formazione. Mi piace essere spettatrice della loro trasformazione.

Negli anni, ho avuto grandi soddisfazioni: ragazzi che non vanno bene a scuola, ma che con la radio sono i migliori; un ragazzo con cui ho lavorato, finite le scuole, ha aperto un suo canale Youtube di critica cinematografica, un altro si è comprato un microfono e un registratore per sperimentare…

Quand’è nata l’Alice attrice e quando è diventata la protagonista della tua vita?

Molti attori raccontano di aver litigato con i genitori per intraprendere questo percorso. Per me è stato l’opposto. Ero un’anima in pena, a casa: ero molto melanconica, come adolescente. Siccome fin da bambina amavo inventare coreografie e balletti, i miei genitori, hanno pensato che avrei potuto trovare nel teatro una risposta. Mi ha salvato dalla provincia. Quando andavo a teatro ero felice. Non mi preoccupavo solo di come avrei dovuto vestirmi, di piacere ai ragazzi, di piacere alle mie amiche… E’ paradossale: stavo a mio agio, nonostante fare l’attore significhi mettersi a disagio, esporsi. Inizialmente, per fare le prime improvvisazioni, dovevo immaginare un’altra Alice, dietro di me, che mi spingeva. Ero terrorizzata, ma sapevo benissimo che quando l’altra Alice riusciva a salire sul palcoscenico, riuscivo a respirare. Stavo bene. Questa cosa mi si è attaccata addosso e non l’ho più potuta mollare.

Fare l’attore non è semplice. Ci sono momenti in cui penso: potrò tutta la vita fare cento lavori, per non lasciare questo? La risposta è sempre la stessa, ossia sì. Non posso escludere la recitazione dalla mia vita. Se scegliessi di fare solo l’educatrice mi mancherebbe l’aria.

E se scegliessi di far solo l’attrice? Ti basterebbe?

Sì, forse sì. Certo, se l’educazione fino ad oggi è entrata, è perchè io le ho permesso di farlo. Forse il mio essere artista funziona così, ossia vivo la recitazione come qualcosa che include in ogni caso una parte di pedagogia. Però, se dovessi scegliere, non avrei dubbi.

Ogni lavoro per noi ha una funzione, che cambia nel tempo. A cosa ti serve oggi fare l’attrice?

La cosa più importante è il fatto che mi permetta di stare sempre in una ricerca.

Faccio teatro e, avendo una compagnia, spesso costruisco progetti. Affronto ricerche enormi, nella storia, nella letteratura, nel cinema. Sento che questo non me lo darebbe nessun altro mestiere.

Poi la ricerca su di me. “Come mi posiziono io in questo studio? Dove mi metto?”

Credo che oggi fare l’artista sia un ruolo di grande responsabilità civile: non puoi pensare di comunicare agli altri senza esserne consapevole. Questa è un’altra cosa che non vorrei mai perdere.

Autore dell'articolo: Agnese Ermacora

Agnese Ermacora
Ha collaborato con sei redazioni differenti in Friuli Venezia Giulia e in Lombardia, ha realizzato un programma sulla salute mentale con Massimo Cirri e ha confezionato – dalla A alla Z – programmi di musica e cucina per Radio Popolare di Milano. Ha coordinato la nascita e lo sviluppo di un portale per l’infanzia, Radio Magica (Premio Andersen e Premio Web2Salute), mediando tra artisti, autori, insegnanti e pediatri. Negli ultimi anni si è trasferita a Roma e si è specializzata nel social media management, storytelling e nella produzione di prodotti culturali per bambini e adulti. In più, si è dedicata al management, alla comunicazione e al booking di musicisti di diversa provenienza. E’ socia dell’Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi ICWA (Italian Children Writers Association –www.icwa.it)