No Interview – Un “Fernet” in compagnia dei Petralana

“Fernet” è l’ultima fatica discografica dei fiorentini Petralana, quartetto composto da  Tommaso Massimo (voce e chitarra), Marco Gallenga (Violino), Guido Melis al basso e Richard Cocciarelli alle percussioni. Dediti ad un intenso folk cantautoriale, che segue la via tracciata dai più grandi autori italiani del genere, i Petralana con questo terzo album hanno realizzato un’opera carica di suggestioni storiche e letterarie, confluite in uno spettacolo teatrale fatto di musica e parole, in cui l’attore Pietro Traldi narra le gesta del protagonista del disco. Un’opera figlia di un importante lavoro di ricerca e carica di emozioni, che ci ha spinti a scambiare quattro chiacchiere con la band per farci raccontare qualcosa in più.

Esordiamo con quella che è forse la più banale delle domande, a beneficio di chi non vi conosce bene. Come mai avete adottato il monicker “Petralana”? Facendo un po’ di ricerche, si può scoprire che questa parola proviene non dalla Toscana, vostra terra d’origine, ma dalla Sardegna, ed è contenuta in un celebre brano di De André…

Petralana vuol dire muschio in sardo. Il muschio è una pianta meravigliosa perchè è capace di crescere anche in condizioni molto difficili. In più la parola rimanda a due cose semplici: la pietra e la lana. Come dire pane al pane e vino al vino. Questo ci piace molto.

 

All’inizio del 2019 è uscito “Fernet”, il vostro terzo disco basato sull’interessante storia di un ragazzo che, verso la fine della seconda guerra mondiale, si arruola come soldato per poi disertare e fuggire clandestinamente negli USA, dove viene tuttavia colto da una profonda nostalgia. Siamo rimasti molto colpiti tanto dalla vicenda narrata, che sembra particolarmente attuale in un periodo caratterizzato da ondate migratorie scatenate da fattori come guerra, cambiamenti climatici, povertà: potete raccontarci come sia nata l’idea di sviluppare questo concept? Quali sono i temi che più avete voluto mettere in risalto nel vostro canto/narrazione (le radici, la memoria…)?

L’idea è nata un giorno a Livorno. Volevamo raccontare una storia che potesse coinvolgere. All’inizio pensavamo di usare proprio uno dei romanzi di Fenoglio o Pavese. Poi ci siamo detti: “perché non provare ad inventarci una storia ispirata a quel mondo rurale?” Un mondo distante nel tempo ma che abbiamo sentito sempre molto vicino. Volevamo usare una storia del passato per raccontare temi vivi nel presente come la semplicità, la fuga, la nostalgia e lo spaesamento. 

 

Petralana

 

Ci ha incuriosito la scelta di intitolare il vostro disco col nome di un liquore, ed abbiamo scoperto che esso è legato a parecchie storie interessanti: potete parlarcene? 

Fernet è il nome dell’unica soddisfazione che il nostro protagonista ha alla fine di una giornata di lavoro duro nei campi. È anche la prima fuga dalla realtà, la risposta ad un bisogno di evasione che lo porterà poi lontano da casa.

La componente letteraria è un tratto importante che caratterizza il vostro stile compositivo: vi siete dapprima fatti conoscere con “Oggi cadono le foglie”, ispirato dal “Barone Rampante” di Italo Calvino, e oggi vi presentate al pubblico con un lavoro che trae ispirazione dalle opere di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio. Potete parlarci del particolare rapporto che sembra sussistere fra la grande letteratura italiana e la vostra musica? 

È un rapporto di scambio, di dialogo. Abbiamo sempre usato la letteratura come fonte di ispirazione e a volte siamo riusciti proprio partendo da lì a creare qualcosa di originale come nel caso di Fernet. Abbiamo un rapporto di grande stima e rispetto di certi autori perché sappiamo che sono stati la nostra scuola nell’arte e nella vita.

“Fernet” è un album che abbiamo molto apprezzato nel suo complesso, in particolar modo per l’intensità della storia e dei testi. Finora avete tratto due singoli, “La strada ferrata” e “Il faro”, che rappresentano due dei momenti più intensi della storia del protagonista Pietro, ovvero quello dell’abbandono della terra natia e quello di profonda crisi sopraggiunto proprio quando sembrava essersi lasciato tutto alle spalle. Cosa vi ha spinto a scegliere proprio questi brani come single?Potreste anche parlarci degli splendidi video realizzati da Linda Kelvink con il suo particolarissimo stile?

Sono due brani che rappresentano due momenti cruciali nella vicenda di Pietro, l’incontro traumatico con la guerra ne “La strada ferrata”, con la crisi di coscienza che ne deriva, e la solitudine e lo spaesamento de “Il faro”, dove la realtà non corrisponde alle aspettative di Pietro che si sente naufragare. Linda Kelvink è un’artista davvero talentuosa ed è riuscita con i registi Tommaso Orbi e Federico Grazzini a trovare una cifra espressiva molto originale per intrecciare delle immagini pittoriche alla musica, alla poesia e anche alla Storia. Molte delle immagini di partenza provengono da materiali di repertorio, altre sono solo frutto di una fantasia davvero travolgente.

Finora abbiamo parlato dell’ultima vostra opera  solamente riferendoci all’album, ma in realtà il progetto ha un respiro più ampio, per il modo in cui sono coinvolte arti come la letteratura, la video art e, dulcis in fundo, il teatro. Per realizzare il concept avete impiegato tre anni nei quali vi siete messi al lavoro su diverse forme espressive, avendo la necessità di lavorare e confrontarvi con artisti provenienti da diversi ambiti come Linda, il regista dello spettacolo Federico Grazzini e l’attore Pietro Traldi: come si è svolto il processo compositivo di un progetto così vasto? Avete trovato qualche difficoltà in particolare?

Il processo è stato lungo e ambizioso. La sfida era quella di raccontare una storia utilizzando diversi linguaggi espressivi in un rapporto di reciproco scambio. La musica, il teatro, l’animazione video. È fondamentale che ognuno faccia bene la sua parte e che il dialogo tra i vari artisti rimanga sempre aperto e finalizzato ad un obiettivo comune: emozionare e fare riflettere su dei temi che siano importanti oggi. Le difficoltà in tre anni di lavoro fanno parte del processo ma non ci siamo mai fatti scoraggiare. L’unione fa la forza! Dobbiamo ringraziare la Suburban Sky che ci ha dato la possibilità di lavorare con tanti artisti in studio e la Monkey Dive Productions per aver trasformato il disco in uno spettacolo. Per vedere se siamo riusciti nei nostri intenti dovete venire a vedere lo spettacolo!  

Domanda Nonsense: Fernet, da bere con o senza ghiaccio?

Assolutamente col ghiaccio mi raccomando. Senza è davvero imbevibile!  

 

 

Intervista a cura di Fabio Rezzola

 

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola

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