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No Report – Daniele Silvestri a Taormina: tra le emozioni di un’agenda rossa

Il live di Daniele Silvestri all’Anfiteatro di Taormina ha inizio sulle note di “Prima di essere un uomo”, che l’artista intona seduto al piano; la carta d’identità perfetta per presentarsi al check-in dell’aeroporto di “Acrobati”. Non ci mette molto prima di chiacchierare col pubblico, mostrandosi emozionato di suonare in un posto che di solito l’ha visto sedersi tra il pubblico. Spera che questo concerto sia “non dico indimenticabile, ma da ricordare per un po’”.

Il pubblico lo segue attento, dall’inizio alla fine, senza farsi sentire troppo sui primi pezzi, per esplodere poi sul finale di un live che è stato un crescendo di emozioni e di ritmo. “Monetine” introduce un momento di gioco. Scherza sulla presenza in platea della madre del suo bassista, dicendo che il figlio è solito innamorarsi, continuamente, spesso ai semafori, avvertendoci di non fidarci troppo “né di Lazzarotti (questo il nome del musicista) né dei semafori”. Poco dopo arriva un brano che ha fatto sognare molti, “Occhi da orientale”, uno di quei pezzi che mi hanno avvicinata all’artista e che la cornice di Taormina rende magico come mai prima d’ora.

Si torna a scherzare, con tanto di scuse per tutti quelli che si chiamano “Pino (Fratello di Paolo)”. Si va lontano con “Le cose in comune”, quasi alle origini della carriera. È il momento di un pezzo “che non dovevo fare più, dedicato a un personaggio pubblico, ma, li mortacci sua è ancora qui. Se questa canzone è eterna mica è colpa mia!”. Il pubblico ride divertito sulle note di “Che bella faccia”.

Il concerto di stasera riserva una sorpresa speciale. Un nuovo brano, che ancora deve essere pubblicato, che vedrà come banco di prova, e che banco di prova, proprio il Teatro Antico. Già dalle prime note realizzo che quella che ci viene presentata sia una delle più belle canzoni di Silvestri, uno di quei pezzi che non scordi facilmente.

È il momento di ascoltare qualche brano di “Acrobati”. Si parte, come nell’album, con “La mia casa”, che in fondo è una bellissima dedica alla sua città. Subito dopo è il turno di “Quali alibi”.

“Acqua Stagnante” ci porta ad uno dei momenti più toccanti del live. C’è infatti un brano del suo repertorio che è legato a filo doppio con la nostra terra, uno di quei brani che, già importante di suo, eseguito qui, si veste dell’abito dell’emozione e del ricordo. Sto parlando di “L’appello”, pezzo dedicato a Salvatore Borsellino e a quell’agenda rossa che non si trova più. Già sulle prime note, dal pubblico abbiamo cominciato a sventolare dei cartoncini rossi, che ci erano stati consegnati prima dell’inizio del concerto, simbolo di quelle pagine introvabili. Lo stupore e l’emozione di Silvestri nel vederli erano visibili a tutti. Davvero un momento da brividi con un lunghissimo applauso finale, che certamente ci farà ricordare questo live per un bel po’, come si augurava l’artista all’inizio.

“Acrobati” trasforma l’anfiteatro in una specie di aereo dal quale si vedono giochi di luce studiati per richiamare l’artwork del disco, con fili da equilibrista che si muovono in ogni direzione.

È verso il finale che il pubblico si risveglia da un bel viaggio, fatto di testi importanti da ascoltare con attenzione, e può finalmente balzare in piedi e scatenarsi su brani quali “Il mio nemico”, “Gino e l’Alfetta”, “La paranza” e il tormentone “Salirò”.

Daniele Silvestri appare così come nelle sue canzoni, scanzonato e ironico, ma anche sarcastico e critico. Racconta le imperfezioni del mondo, quasi come se fossero delle favole. È una lama tagliente che attraversa il mondo osservandolo da un oblò di un aereo, che lo tiene alla giusta distanza da ciò che accade intorno. Il live di Daniele Silvestri è stato capace di portarci ovunque, in luoghi fisici, del cuore e della memoria. Il tutto condito da una musica eccezionale.

Report a cura di Egle Taccia

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