No Report – Nick Mason’s Saucerful of Secrets, un viaggio psichedelico a Milano

Dopo aver assistito al meraviglioso spettacolo offerto dall’ultimo tour di Roger Waters, l’annuncio dello scorso maggio di un tour di Nick Mason con un nuovo progetto ha catturato prontamente la nostra attenzione: era decisamente forte la curiosità di ascoltare il progetto “Sauceful of Secrets” di un Nick Mason rimasto negli ultimi anni certamente più in ombra rispetto agli altri ex colleghi di band, se non per la pubblicazione dello splendido “Inside Out” ormai datata 2005.

L’intento del batterista è quello di riproporre brani ed atmosfere del primo periodo dei Pink Floyd, quello datato 1965-1972, operazione mai compiuta né da David Gilmour né tantomeno da Roger Waters, autori entrambi di due recenti comeback di successo (rispettivamente, “Rattle that Rock” nel 2016 e “Is this the Life We Really Want” nel 2017): nessuno dei membri originari della band ha più riproposto in maniera così estesa i brani che anno contribuito a creare la leggenda dell’era psichedelica dei Pink Floyd a cavallo fra i Sixties ed i Seventies,  pertanto quale migliore occasione di ascoltare dal vivo brani non più eseguiti da decenni, per chi non ha avuto modo di vivere l’epoca d’oro della grande band inglese?

L’occasione offerta da questo progetto è quindi semplicemente irrinunciabile, e  Mason non ha lasciato nulla al caso per questo evento:  i “Saucerful of Secrets” non sono infatti una semplice formazione messa in piedi per un revival, quanto piuttosto un supergruppo di musicisti già membri di importanti act o progetti come Gary Kemp, chitarrista e voce già negli Spandau Ballet, il pianista e compositore Dom Bekem già al lavoro con Richard Wright, Lee Harris alla seconda chitarra (dai Blockheads, già sessionist di David Gilmour) ed il bassista Guy Pratt, anche lui già al lavoro con Roger Waters. Il denominatore comune è semplicemente l’amore viscerale di tutti questi musicisti per i Pink Floyd, band che ha contribuito ad ispirare la crescita artistica e personale di ognuno dei talentuosi membri di questo ensemble.

Il concerto ha luogo in una cornice prestigiosa, il teatro degli Arcimboldi a Milano, location acusticamente perfetta nonché un ambiente raffinato e comodo, ideale per godersi al meglio l’esperienza di un evento tanto speciale. Il pubblico è quello delle grandi occasioni: un “tutto esaurito” composto ed emozionato, nel quale tutti condividiamo palesemente la curiosità per il ritorno sulle scene di Nick Mason, domandandoci quali saranno i brani che ci verranno proposti.

A cinque minuti dall’inizio del concerto, le luci iniziano a scemare mentre dagli altoparlanti si levano rumori e campionamenti altamente psichedelici, come se si trattasse di un insolito countdown: il pubblico occupa educatamente i propri posti, con la sensazione che questa sia la fase di avviamento di una macchina del tempo pronta a riportarci alla fine degli anni ’60 – richiamati visivamente dalla grafica della scenografia – magari proprio all’interno del mitico U.F.O., il Club londinese in cui la band di Nick, Roger, Rick e soprattutto Syd iniziava a scrivere la propria leggenda.

L’ingresso dei musicisti ed il loro “attacco”, partito con puntualità inglese alle 21 in punto, sembra confermare le nostre fantasiose aspettative, poiché con una coralità perfetta, la band esegue in fila due brani storici che catturano subito l’entusiasmo del pubblico: basta l’esecuzione perfetta e vibrante di due brani come “Interstellar Overdrive” e “Astronomy Domine” per riportarci davvero al 1967 suscitando un diluvio di applausi che sfocia presto in una standing ovation. Questo entusiasmo non sembra sorprendere troppo Nick Mason, che si alza dalla batteria per salutare con bonarietà e flemma british il pubblico, dichiarando apertamente gli intenti della serata: loro non sono né degli “Australian Roger Waters” né i Pink Floyd, quelli che vediamo sul palco sono i Saucerful of Secrets, pronti a riproporci un pò di brani che per diversi motivi è un po’ che non vengono eseguiti dal vivo.

La magia quindi riprende subito, grazie ad un’ottima scenografia basata su effetti di luce psichedelici ed alla stessa band, che esegue magistralmente il repertorio dei Pink Floyd senza far rimpiangere l’operato dei membri originali: il pubblico, difatti, gradisce ogni successivo brano, apprezzando l’entusiasmo ed il perfetto coordinamento della band, che riesce letteralmente ad ipnotizzare ognuno di noi grazie ad una serie di virtuosismi individuali proposti in una piccola jam che coinvolge “Obscured by the Clouds” e “When you’re in”. Non sono le improvvisazioni lisergiche degli anni ’60, obiettivamente improponibili nei contesti attuali, ma questi momenti ben dosati di note fuori dagli schemi non ne fanno rimpiangere la mancanza.

La successiva esecuzione di “Arnold Layne” e di un brano assolutamente inusuale per gli stessi Pink Floyd come “Vegetable Man” – il single mai pubblicato composto da Barrett nel 1967 e rilasciato solamente nel cofanetto “The Early Years 1965-72” pubblicato nel 2016 – suscita nuovi applausi ed apprezzamenti da parte degli spettatori, sempre più esaltati dalla scelta della setlist, che conduce ad un secondo intervento di Mason: questo momento è l’occasione per l’artista dapprima di ricordare affettuosamente il geniale amico Syd, quindi  di presentare a tutti noi i suoi nuovi fenomenali compagni di avventura.

L’omaggio a Syd Barrett

Ogni momento finora vissuto sembra essere percepito come il culmine del concerto, al punto che spesso ci si domanda se questo stia già per finire, ma puntualmente i cinque musicisti ci disattendono con nuove e più forti emozioni: questo pubblico ama e ben conosce i Pink Floyd del periodo “Pre-Dark Side of the Moon” e le emozioni si fanno fortissime quando i Saucerful  inizia ad intonare una commovente “If”, destinata a sfumare in una versione ridotta ma ugualmente emozionante della suite “Atom Earth Mother”, le cui prime note vengono accolte con un boato da parte dei presenti. Gary, Lee e Guy si dividono equamente i versi di questo splendido brano mentre Mason, inarrestabile, detta i ritmi dietro le pelli: ci sentiamo un po’ defraudati di un’idea avuta per questo articolo, quando Gary a conclusione del brano prende la parola, elogiando pubblicamente Nick Mason, definito come uno dei più distinti gentiluomini del music business e, soprattutto, elogiato come il vero cuore pulsante dei Pink Floyd; è proprio la batteria di Mason, a dispetto dell’obiettiva bravura dei suoi compagni di viaggio, il cardine dello show, l’elemento che offre il vero trait d’union con i PF originali grazie al suo stile, così maestoso, pulsante, ipnotico. Senza di lui saremmo certamente dinnanzi a quella che sarebbe “solo” un’ottima cover band, poiché è quel suo tocco così unico e riconoscibile a dare a questo progetto quel “quid” in più che ci fa sognare i tempi della swinging London più psichedelica.

Il pubblico si scatena in una nuova ovazione ed il successo della serata è ormai sancito: qualsiasi brano la band tiri fuori dal cilindro è inevitabilmente un successo, da “The Nile Song” a “Let there be more Light”, da una magistrale “Set the Controls for the Heart of the Sun”, in cui Nick si diverte al gong ripensando a come Waters non fosse propriamente un amante di tale strumento,  a “Bike” per chiudere il set ufficiale in gloria con un brano amatissimo come “One of these Days”, che ancora ci fa ripensare all’esaltante esecuzione di Waters dello scorso aprile al Forum… senza affatto sfigurare.

Nick MasonRimane il tempo per due apprezzati encore, e non ci resta che salutare tutti, felici di aver avuto l’opportunità di assaporare parte delle sensazioni che deve aver vissuto chi ha vissuto quel folle periodo. Usciamo consapevoli che sia difficile chiedere di più, dopo aver assaporato una scaletta generosa, nella quale abbiamo potuto ascoltare una ventina di brani eseguiti magistralmente che ben rappresentano i primi anni dei Floyd. Potremmo forse provare a pensare che non ci siano state le diaproiezioni come negli show degli anni ’60, che non abbiamo assistito a deliri psichedelici sfumati in interminabili jam dal vivo, che non sia stato eseguito alcun brano da “Ummagumma”… ma no, non riusciamo in effetti a trovare alcun difetto in una serata perfetta come questa.

Ringraziamo solamente Nick Mason, compiaciuto ma ormai abituato a tanto amore dai parti dei fan, che hanno tributato ripetute standing ovation, e il resto della band, per essere stati capaci di suscitare in noi emozioni così genuine: i Saucerful of Secrets sono nati  per questo, per riproporre una grandiosa epopea musicale, animati da un grande amore per i Pink Floyd. Può sembrare assai facile per loro scegliere un brano di quel periodo e trasformarlo in un momento di esaltazione collettiva per gli spettatori, ma il segreto di quest’alchimia perfetta sta nell’opera di Mason, bravissimo tanto nello scegliere questo affiatato team, quanto ovviamente nell’esecuzione del proprio strumento, mostrando una forma assolutamente invidiabile per un altro, fantastico, settantacinquenne.

Gli Arcimboldi, in queste due ore di spettacolo, si sono davvero trasformati nell’U.F.O. Club… e se diamo retta a Nick, chissà che prima o poi torni a farsi un giro con gli altri due ex compagni d’avventura. Ci auguriamo davvero che riesca a farlo, ma intanto lo ringraziamo davvero per tutte le forti emozioni di questa magica serata.

La standing ovation finale.

 

Setlist

  1. Interstellar Overdrive
  2. Astronomy Domine
  3. Lucifer Sam
  4. Fearless
  5. Obscured by Clouds/When you’re in
  6. Arnold Layne
  7. Vegetable Man
  8. If
  9. Atom Earth Mother/If (reprise)
  10. The Nile Song
  11. Green is the Colour
  12. Let there be more Light
  13. Set the Controls for the Heart of the Sun
  14. See Emily Play
  15. Bike
  16. One of these Days
  17. Encore #1 – A Saucerful of Secrets
  18. Encore #2 – Point me at the Sky

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola