No Report – Virginiana Miller live al Bloom di Mezzago, l’attesa è finita

È una storia bizzarra, quella degli ultimi anni dei Virginiana Miller: dopo un silenzio durato sei anni, nel quale quasi non abbiamo più avuto notizie dalla band livornese, la formazione è ufficialmente rientrata sulle scene il 29 marzo 2019 grazie alla pubblicazione di “The Unreal McCoy”, il primo primo album interamente in Inglese.

Sembra passata una vita e quasi si stenta a riconoscerli, ma i Virginiana Miller sono sempre loro, con l’attuale lineup composta dall’inconfondibile voce di Simone Lenzi, dalle chitarre di Antonio Bardi e Matteo Pastorelli. Giulio Pomponi al piano, Daniele Catalucci al basso e Valerio Griselli alla betteria, e il ritorno sul palco del Bloom di Mezzago, che li ha visti più volte protagonisti, sa davvero di un ritorno a casa. Non a caso, lo staff del Bloom installa in mezzo al palco una delle sue vecchie poltrone, con Lenzi che fa il suo ingresso accomodandosi su di essa e godendosi un ambiente reso buio e fumoso dagli effetti di scena: sul palco presto sale il resto della band e a quel punto abbiamo tutti la certezza di esserci ritrovati a casa, pronti a riprendere quel discorso chiuso tempo fa per chissà quali circostanze.

Con la sala del Bloom piena per circa un quarto della capienza, lo show ha inizio in un clima di piacevole intimità che consente a tutti di ignorare il diluvio che ha colpito l’intera Lombardia, ma che non ha certo impedito agli aficionados dei Virginiana di raggiungere Mezzago.

L’impatto dei nuovi brani è da subito positivo, e non si fatica a capire che il set sarà essenzialmente concentrato su di essi: Simone Lenzi dà sfoggio della sua bella voce, profonda ed evocativa, mentre il tappeto sonoro intrecciato dai musicisti della band dà vita ad uno spettacolo forse inatteso, ma di indubbia efficacia, che tocca da subito il cuore del pubblico, che si gode il ritorno e ha modo di farsi quattro risate con la band, quando al secondo brano lo show si deve interrompere per la sistemazione di un problema di cavi audio al piano. 

Simone Lenzi

I nove brani di “The Unreal McCoy” riescono tuttavia a conquistare tutti i presenti: pur ammiccando alle sonorità di oltreoceano, omaggiando ora il genere “americana” ora il country, adottando sonorità notturne che ci hanno evocato nientemeno che Thin White Rope, Tindersticks e Tom Waits, è chiaro a tutti che questo non è un progetto derivativo, né solamente un omaggio ad una grande tradizione musicale: questo è a tutti gli effetti il nuovo progetto dei Virginiana Miller, che fanno proprie queste sonorità mantenendo viva la propria attitudine e personalità in modo tale che tanto il disco quanto il concerto suonino come un racconto di viaggi. 

La serata, via via che passano i brani previsti dalla setlist, sembra assumere le tinte del ritorno da un lungo viaggio: la sensazione percepibile attraverso i nove brani di “The Unreal McCoy” è paragonabile a quella di un lungo racconto di cose davvero vissute attraversando gli USA in lungo e in largo sia geograficamente, sia all’interno della storia americana dal Novecento ad oggi, grazie alle suggestioni storiche di brani intensi come “Soldiers On Leave”, “Christmas 1933”, ispirata dalla fine dell’epoca proibizionista, o anche ad una riuscita e struggente interpretazione di “The Ghost Of Tom Joad” che ci ha riportati lungo le strade nebbiose dell’America più povera e oscura.

Conclusa la setlist principale con l’evocativa “Albuquerque”, la band gioca un po’ col pubblico, lasciando il palco per qualche minuto di troppo e facendo quasi pensare che la serata sia già finita, ma presto scopriamo che non è così. Un campionamento particolarmente azzeccato tratto da “Il Mago di Oz” ci riporta come per incantesimo ai giorni nostri, ed ecco che la band  torna sul palco riportandoci indietro di qualche anno.

La seconda parte del set ripropone infatti alcuni dei cavalli di battaglia dei Virginiana suscitando di nuovo l’entusiasmo del pubblico e della band stessa, che mostra di non aver perso smalto e carisma in questo periodo di pausa. La situazione è emozionante e il concerto davvero ben strutturato in questa suddivisione fra presente e passato: i Virginiana Miller hanno dimostrato nella prima parte del concerto di essere tornati con uno stile rinnovato e tante cose da dire, mentre nella seconda hanno rispolverato brani noti suscitando ricordi ed emozioni dentro e fuori dal palco; una setlist secondo noi davvero intelligente, che ha sia valorizzato il concept di “The Real McCoy”, sia soddisfatto le aspettative di coloro che da tempo attendevano di riascoltare dal vivo l’act livornese.

Fra aneddoti e ringraziamenti, c’è spazio per due ultimi encore che mantengono vivo il dualismo America/Italia che ha caratterizzato la serata: dapprima una “My My Hey Hey” di Neil Young con la quale hanno sollevato qualche coro fra il pubblico, quindi la definitiva chiusura del concerto con “Oggetto piccolo”, dal loro acclamato “Il primo lunedì del mondo”.

Bentornati dunque ai Virginiana Miller, che per un lungo periodo se ne sono rimasti tacitamente in disparte, per rientrare infine sulle scene dimostrando di avere molte cose da dirci e, lo riconosciamo, dopo esserci davvero mancati.

 

 

Part 1 “The Unreal McCoy” setlist:

  1. The Unreal McCoy
  2. Old Baller
  3. Motorhomes of America
  4. Soldiers On Leave
  5. Lovesong
  6. The End Of innocence
  7. Toast The Asteroid
  8. Christmas 1933
  9. The Ghost Of Tom Joad (Bruce Springsteen)
  10. Albuquerque

Part 2:

  1. Parenti lontani
  2. Due
  3. Dispetto
  4. La risposta
  5. Anni di piombo
  6. La verità sul tennis
  7. Acque sicure

Encores:

  1. My My Hey Hey (Neil Young)
  2. Oggetto Piccolo

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola

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