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Pindar – Backgammon [Recensione]

Immaginate i Daft Punk fronteggiati da Francesco Bianconi. Lo so, suona strano, ma gli ingredienti di Backgammon dei Pindar sono proprio questi.

D’altro canto, che si tratti di un disco curioso lo si vede già dalla prima traccia: Epilogo. Come nel circolo infinito di Dark, la fine è l’inizio. La prima cosa che sentiamo è una nuvola di riverberi che scompare. E’ il disfacimento della musica. Poi, come in un flash-back, ecco la title-track, e ci troviamo catapultati nel vivo della storia. La drum-machine parte dritta, i synth sono un tappeto di penombre, la voce inizia a cantare, aristocratica e decadente. E gli elementi ci sono tutti. Elettro pop + canzone d’autore italiana.

Il gioco degli opposti messo in opera dai Pindar appare sostanziale e dichiarato. A questo alludono direttamente il titolo dell’album, Backgammon, e la copertina, con la sua alternanza perfettamente equilibrata di bianchi e neri. 

Gli autori di questo singolare progetto nato tra Roma e Taranto sono i producer MiK Drake e JaK Turn (occhio alle K maiuscole, mi raccomando!). Si presentano con caschi bui, impersonali, simili a uomini-macchina, secondo la migliore tradizione kraut, evocando lo stile di Kraftwerk e Daft Punk. L’estetica futurista si unisce al melodismo decadente ed esistenzialista della tradizione vocale italiana, e voilà, ecco i Pindar.

L’incontro-scontro di generi si sostanzia proprio nella voce. Il canto ricorda quello baritonale, algido e snob di Bianconi, ma l’autotune lo digitalizza quel tanto che basta per assimilarlo alle basi sintetiche, in perfetta coerenza con l’estetica post-umana del duo.

Sembra che il grande tema di Backgammon, in effetti, sia la perdita di umanità. Si leggano anche i testi: “Non ho più voglia di dire addio / Non ho più voglia di fumare Marlboro / Non ho più voglia di ricominciare / Non ho più voglia di lasciarmi andare”. La maggior parte della canzoni offrono visioni disincantate dell’esistenza, raccontando distacco, nostalgia, disillusione.

La storia termina, o inizia, nell’ultima traccia, Incipit di un addio, speculare alla prima: si tratta di un altro pezzo ambient, in cui una sorta di vento appare attraversato da frequenze metalliche e risonanze aliene. Il momento più sperimentale di un disco che colpisce per la sua estetica kraut, certo, ma che durante l’ascolto non manca di mostrare quanto affondi le radici nella tradizione della canzone d’autore italiana, facendo sentire a casa l’ascoltatore.

Autore dell'articolo: Andrea Liuzza

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