The Strokes

The Strokes, di abnormità virtù [Recensione]

Mi fanno sempre un tantino arrabbiare i The Strokes che, seppur dotati di un talento cristallino, a distanza di anni continuano a dare l’impressione della lazy band per eccellenza, che divaga, tergiversa e ozia sugli allori di un disco epocale come “Is this it” invece di mettere pienamente a frutto le proprie doti artistiche. Tuttavia, non si può non voler bene a quell’album e allo stesso quintetto newyorkese, dal quale ogni volta ci attendiamo qualcosa in grado di superare il loro brillantissimo debut.

“The New Abnormal” riuscirà nell’intento? L’impressione, stavolta, è che Julian Casablancas e soci abbiano deciso di fare le cose in grande, dalla decisione di affidare la produzione a Rick “Re Mida” Rubin, all’audace scelta di adottare come artwork il dettaglio di “Birds on Money”, un celebre dipinto del loro illustre concittadino Jean-Michel Basquiat, dedicato tra l’altro ad un altro gigante della musica come “Bird” Charlie Parker.

Il primo approccio con il disco non è stato particolarmente impressionante: pur dotato dell’artwork e del package finora più affascinante del 2020, il primo ascolto di “The New Abnormal” è scivolato via come un piacevole sottofondo patinato e melodioso che, a dire il vero, è un po’ pochino. Eppure di cose interessanti qua e là se ne sono sentite, per cui perché non rimettere il vinile sul lato “A” ed alzare un po’ il volume? Potremmo magari scoprire che la traccia d’apertura “The Adults Are Talking” non è l’intro più sommessa mai sentita, ma un brano animato da un ottimo groove e da un certo mix di ironia e sensualità, messo lì per una mirata ed audace scelta, ed apprezzare la positiva spensieratezza di “Selfless”, che ci ricorda non poco l’ultimo dei Vampire Weekend.

Potremmo ritrovarci a danzare inconsapevolmente sulle note elettroniche di “Brooklyn Bridge to the Chorus”, dove Julian sembra aver portato con sé un po’ dello spirito trovato nella collaborazione coi Daft Punk, o ancora su quelle della grintosa “Bad Decisions”, in cui i nostri sembrano recuperare addirittura il primo Billy Idol, con il ritornello che tanto ricorda alcune linee melodiche di “Dancing With Myself”.

Potremmo stupirci, è il caso di dirlo, per la bellezza di una ballad come “Eternal Summer”: melodie efficaci, mood crepuscolare ed una verve animata dai falsetti Pharrell-style di Casablancas, che ci fanno quasi stupire dei 6:15 di durata di questa atipica indie song dall’efficacia squisitamente pop. Arriviamo di nuovo al lato “B” e le cose in parte cambiano: il tono del disco si fa più intimista ed emozionale, con la verve iniziale che cede il posto ad atmosfere più riflessive. Il risultato in ogni caso piace e convince: gli Strokes colpiscono sempre nel segno con melodie azzeccate che colpiscono orecchio e cuore, con la delicatezza elettronica di “At the Door” e l’anthem triste “Ode to the Mets” destinate certamente al ruolo di nuovi classici.

Giunge alla fine questa recensione e l’ennesimo ascolto dell’album, e tocca concludere che gli Strokes stavolta mi hanno fregato per bene: dietro ad un approccio di primo acchito troppo soft, si cela un lavoro estremamente affinato a livello di suono e composizione, che inserendo un’insospettabile varietà di suoni ed atmosfere ed ammiccando in modo maliardo qua e là, ci consente davvero di definire “The New Abnormal” un lavoro che fa onore al suo stesso titolo, oltre ad essere ovviamente “uno dei più attesi comeback del 2020”. Sulla possibile definizione di capolavoro meglio invece andarci cauti – sarà il tono scanzonato della band, che continua a darmi l’impressione di non sparare per pigrizia tutte le proprie cartucce – però questo è il classico disco che cresce di ascolto in ascolto, creando anche una certa assuefazione, per cui ai posteri l’ardua sentenza…

 

 

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola

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