No Interview – Intervista a Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò

I Giardini di Mirò rappresentano in qualche modo il simbolo di una scena, quella post rock, che tra la fine degli anni ‘90 e gli inizi degli anni zero recepiva le istanze di una musica fluida e sfuggente, progressive per attitudine e pop per ricerca armonica. Il risultato di quel fervore venne fuori come un prodotto naturale di quel tempo, da intendersi come una raccolta di fotogrammi emotivi: “Rise And Fall Of Academic Drifting” ancora oggi rappresenta non solo l’esordio dei Giardini di Mirò, ma anche uno degli album più significativi della musica italiana maggiormente evoluta, aperta e strutturata su un tracciato invisibile difficile da catalogare. Sono passati diciassette anni da allora e i Giardini di Mirò danno alle stampe il nuovo lavoro intitolato “Different Times” ed è quasi come se il tempo avesse smesso di scorrere. Dall’ascolto dei nuovi brani si avverte una sintesi tra passato e presente, l’influsso delle trasformazioni portate dal tempo nel modo di concepire oggi la musica da parte di chi non deve dimostrare nulla. Di questo ed altro abbiamo parlato con uno dei membri storici dei GdM, Corrado Nuccini.

Diciassette anni fa usciva “Rise And Fall Of Academic Drifting”, album che ha definito le vostre coordinate sonore e che si iscriveva in un contesto nuovo come il post rock. Basti considerare come nello stesso anno sia stato pubblicato “Rock Action” dei Mogwai, mentre l’anno precedente i Godspeed You! Black Emperor davano alla luce il seminale “Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven”. Cosa resta oggi del fervore e dell’energia di quegli anni?

Restano dischi fondamentali per leggere l’inquietudine degli anni ’90. Tu ne hai citato un paio a cui aggiungerei gli Slint di “Spiderland“, i Tortoise di “Million Now Living Will Never Die“, i Rachel’s e i Silver Mt. Zion, così come Aerial M e The For Carnation. Tante band che hanno dimostrato come rock, post punk, psichedelia, noise, ambient abbiano ancora cartucce da sparare. Oggi il post rock vive sia come forma manierista di un certo rock strumentale, boh di cui forse non si sente neanche troppo l’esigenza così come in alcuni progetti che continuano a spostare il baricentro verso nuovi territori inesplorati. Spero che i gdm stiano nella seconda filiera di band.


Due anni dopo “Rise And Fall Of Academic Drifting” pubblicavate “Punk..Not Diet!”, album in cui si percepiva una presenza più significativa della voce ma anche di una elettronica di scuola tedesca, elemento ancora più marcato in “Dividing Opinions”, segno dell’assimilazione di elementi diversi. Come si struttura oggi la dinamica del vostro processo di scrittura rispetto al passato?

I nostri pezzi nascono da idee musicali estremamente semplici. Per questo disco abbiamo registrato 7-8 provini in sala prova con due o tre prove di scrittura libera. Le abbiamo registrate sui cellulari e condivise tra noi sulla nostra chat di wahstsapp. In studio insieme a Giacomo Fiorenza le abbiamo registrate, razionalizzate ed infine aggiunti gli arrangiamenti. Le voci sono state inserite tutte dopo aver completato gli strumentali.

Dall’ascolto dell’ultimo “Different Times” avverto una sorta di moto circolare, come se foste in qualche modo ritornati al punto di partenza, a “Rise And Fall Of Academic Drifting”, nonostante la distanza che vi separa da quell’esordio e dagli elementi diversi che avete inglobato nel tempo. Penso principalmente all’opener omonimo Different Timesin cui si ritrova una sintesi di tutta la vostra dimensione musicale, al classicismo dell’arpeggio di Hold On, alla malinconia di Pity The Nation oppure ancora alle nebbie shoegaze di Void Slip. E’ solo una mia sensazione, oppure c’è qualcosa di vero?

La circolarità è un moto affascinante, dopo diversi dischi, anni trascorsi a scrivere musica, passato presente e futuro si mescolano. Credo che nel disco ci siano tutti gli elementi che da “Rise and Fall…” fino alle ultime cose hanno caratterizzato il sound del gruppo, ma tutto con consapevolezza e convinzione.

Sempre in “Different Times” si segnala la presenza di artisti emergenti come Adele Nigro, fresca di stampa di “Two, Geography”, ma anche di musicisti come Robin Proper – Sheppard dei Sophia, di Glen Johnson dei Piano Magic e di Daniel O’Sullivan proveniente da Ulver e Sunn O))). Da cosa è scaturita la scelta di questi contributi?

Robin dei Sophia e Glen dei Piano Magic sono due artisti che stimiamo da sempre. “Infinite Circle” di Sophia, per esempio, è un album bellissimo. C’ha accompagnato in tantissimi viaggi per concerti, in furgone, in automobile. Daniel O’ Sullivan c’è stato presentato da Massimo Pupillo degli Zu. Adele ha registrato il suo disco mentre eravamo in studio anche noi. Ha una bellissima voce e un approccio semplice ed istintivo. E’ un piacere averla nel nostro disco.

La foto di copertina ritrae un campo di calcio in una periferia di una città cinese con sullo sfondo una serie di anonimi grattacieli. In qualche modo intravedo una sorta di dicotomia tra passato e futuro. Qual è il legame tra l’estetica di questo scatto e la vostra musica?

Prima di scegliere questa copertina abbiamo fatto diversi esperimenti che non sono andati a buon fine.  Alla fine la foto di Simone Mizzotti c’ha messo tutti d’accordo, non vorrei però mettere avanti troppe considerazioni, credo basti perdersi nella foto e trovare qualche punto di contatto. 

Il 14 ottobre avete suonato una piccola anteprima delle nuove canzoni all’AMFEST di Barcellona, mentre il 18 gennaio inizierà il nuovo tour italiano. Quando siete sul palco percepite qualche differenza in termini di feeling tra il pubblico italiano e quello straniero?

Premetto che a Barcellona c’era un pubblico stupendo, un festival organizzato bene, tutti super professionali. Ciò detto, un bel pubblico è un bel pubblico sempre e ovunque. Quello che segue i Giardini di Mirò mi pare lo sia, e non mi sento di dire che in Spagna o in Germania sia meglio. Si rischia di cadere in discorsi territoriali che non fanno parte del mio modo di vedere le cose.

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda
Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di "Outlandos d'Amour" dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.