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No Review

No Review – “American Dream”: cronaca di un sogno infranto

LCD Soundsystem “American Dream”

Etichetta: DFA Records / Columbia

Uscita: 01/09/2017

Negli anni trenta lo slogan della National Association of Manufacturers recitava “There’s no way like the American Way”. Il sogno americano, dopo essere decollato, è rovinosamente atterrato; ne sanno qualcosa i cosiddetti “dreamers”, sospesi in un limbo dove la cittadinanza resta un miraggio, quanto la stessa middle class. In questo contesto è più che mai necessario porre un argine contro la deriva dei nostri tempi. Ecco perché, a distanza di sette anni da “This is Happening”, James Murphy suona la carica richiamando i fidati compagni di ventura con un gesto di urgenza: dare alle stampe dieci canzoni nuove di zecca in cui trasfondere in forma di sintesi tutta la propria vita. In questa prospettiva il cielo azzurro della copertina di “American Dream” non ha nulla di rassicurante, raffigurando piuttosto un beffardo fondale per una televendita di valori andati a male.

La reunion dei Lcd Soundsystem, che sulla carta poteva sembrare sospetta, ha in sé invece qualcosa di autentico, in quanto non risponde a logiche di mercato o all’intento di rivitalizzare il borsino dei “likes” sui social. Ogni brano produce un caleidoscopio di rifrazioni prismatiche che trasmettono l’impressione di come in questi anni James Murphy non abbia fatto altro che pensare a questa musica, scrivendola idealmente prima di farla esplodere fuori. La qualità complessiva dell’album lascia esterrefatti, non un nota al posto sbagliato, non un accento fuori posto in quello che potrebbe essere un lungo monologo tormentato e catartico.

Ecco allora i battiti dell’opener Oh Baby, in una mescolanza di Angelo Badalamenti e Suicide all’interno di una cornice in cui le luci degli anni ottanta si spengono per diventare languore notturno, così come i sussulti del pattern afro beat della successiva Other Voices attingono all’immaginario etnico dei Talking Heads. I Uset To è una liquefazione dark/new wave come i Cure di “Disintegration”, mentre How Do You Sleep? inizia con drumming inquietante per poi spalancare le porte del dancefloor. Non si fa in tempo a prendere fiato che arriva “Call the Police”, pezzo vicino alla sensibilità degli Strokes che rifanno gli XTC in “Is This It”. L’omonima American Dream ha un mesto ma sontuoso muro di sinth a fare da sfondo a riflessioni autobiografiche, come quando James dice: “in the morning everything’s clearer / when the sunlight exposes your age”. Con Emotional Haircut troviamo incredibilmente i primi U2, con James Murphy che ricalca le nuances della vocalità di Bono in uno dei pezzi in assoluto più tirati della tracklist. L’algida elettronica disturbata di Black Screen chiude la partita, come fosse un cuore sintetico che si ostina a pompare sangue nelle vene. Possiamo dire che “American Dream” è un album che cattura sin dalle prime battute e ad ogni giro regala sempre suggestioni nuove in un turbinio di citazioni e rimandi infiniti. Non c’è che dire, chapeau!

Giuseppe Rapisarda

Written By

Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di "Outlandos d'Amour" dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.

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