No Review – Catharsis dei Machine Head: un esperimento poco riuscito

Mio figlio adora giocare con il Didò. Apre tutte le confezioni, prende i colori e li mischia, creando un grande ammasso colorato, che poi seziona, deforma, trasforma in animaletti con le formine, di mille colori strani e che capisce solo lui. Ecco, l’ultimo album dei Machine Head, Catharsis, è esattamente la stessa cosa. Il frontman e deus ex machina Rob Flynn a mio avviso ha creato un album che contiene tutto il suo vissuto, le sue ispirazioni e che grida un qualcosa del tipo “questo è quello che mi andava di fare”. Ma purtroppo, quello che ci va di fare non sempre sfocia in una cosa bella e che funzioni.
Ma andiamo ad analizzare le singole tracce, che vi assicuro sono tutte diverse fra loro e vanno a comporre un minestrone primavera di contaminazioni, stili e generi totalmente diversi fra loro, pur mantenendo un certo “machine head style”.

Volatile: il disco inizia al massimo, con un eloquentissimo “fuck the world”, seguito da un andamento musicale che sembra uscire direttamente dalla salaprove degli Slipknot. Unico punto a favore della traccia è l’assolo, che rispecchia appieno lo stile della band. Catharsis: la title track inizia con un intro discreto, che sfocia poi con un main riff che ricorda moltissimo il death metal di stampo scandinavo (Arch Enemy su tutti). Un ritornello cantato pulito e molto catchy fa ammorbidire di molto la canzone. Il breakdown è ben costruito e non si può non ‘scapocciare’; in generale quindi una traccia godibile, ma a mio avviso con troppe pause e poco lineare. Beyond the Pale: eccoci qua: prima meraviglia (in senso ironico) del disco: ero convinto fosse una cover di ‘Love’ di Townsend. California bleeding: citando Boris, sono assolutamente f4 (basito) riguardo questo brano. Ricorda una canzone hard rock coi chitarroni e il vocione da rocker alcolizzato. Davvero, ho difficoltà ad associare una cosa del genere ai Machine Head. Triple beam: ecco, ora iniziamo a ragionare. Questo brano sembra uscito direttamente da un disco anni 2000, nu-metal duro e puro (o da un disco dei Body Count, fate vobis). Intendiamoci: la traccia è mediocre e tecnicamente poco valida ma io, figlio di quell’epoca non posso non amarla. Dritta, groovy, non puoi non tenere il tempo con la testa e voler spaccare tutto. Ritornello pulito bello e cantabile, che ti rimane in testa. Kaleidoscope: abuso nuovamente dell’F4. Questo brano alterna delle strofe al limite del punk rock con un ritornello super catchy e che rimane in testa. Tutto il resto non convince per nulla. Bastards: a metà album i Machine Head raggiungono assolutamente il punto più basso del disco e probabilmente della loro intera carriera. Hope begets hope: anche con questa traccia si torna in Scandinavia, per del sano death metal melodico. Traccia godibile, con una struttura lineare e semplice. Si dimentica in fretta, ma si fa ascoltare. Screaming at the sun: finalmente torniamo sulla retta via (almeno parzialmente) con un brano davvero Machine Head style: rozzo, primordiale, divertente da ascoltare e ben suonato. Meraviglioso il bridge con il cantato pulito, emozionante. Null’altro da dire a riguardo, ottimo. Behind a Mask: Brano melodico, in 6/8, cantato tutto in pulito, una ballad discreta che ricorda moltissimo oltre che gli Opeth anche gli Stone Sour di Corey Taylor (se evitiamo l’assolo con l’acustica che non si amalgama affatto con il resto della composizione). Heavy Lies the Crown: 8 minuti e qualcosa. Uno stillicidio, che dopo più di due minuti di intro sospirato e per nulla “ambient” ci lancia in strofe che sembrano uscite da un disco di King Diamond, però con 30 anni di ritardo. La seconda metà del brano vira su una seconda struttura più thrash e sostenuta, con un evidente richiamo agli Slayer & co. Psychotic: brano riempitivo, easy listening, con un bel ritmo ma che non aggiunge assolutamente nulla al disco.  Grind You Down: siamo finalmente arrivati alle battute finali del disco, e questa traccia ci regala una strofa con growl, ritornello pulito nuovo millennio, shredding basic e si va a puzzare di birra al Wacken. (Menzione d’onore al bridge, che ci riporta al thrash dei tempi d’oro di Alison hell degli Annihilator). Razorblade Smile: con un intro di batteria troppo simile alla pietra miliare heavy metal dei Judas Priest (impossibile non accostare le due composizioni) i Machine Head ci donano la seconda “citazione un po’ troppo spinta” del disco. Il resto del brano continua sul filone heavy & roll. Da ballare ubriachi a casa degli amici con su un vhs del Gods of Metal 1992. Eulogy: outro che conclude questo album, misterioso ed evocativo al punto giusto, ma dura comunque più di 6 minuti. Troppo.

Quindi, qual è la conclusione? Dal mio punto di vista é un album coraggioso. Non eccelso, ma coraggioso. Dopo tanti anni di musica, tour, litigate con mostri sacri della musica (Kerry King anyone?), cambi di genere e creazioni meravigliose, i Machine Head tirano fuori un prodotto ascoltabile, decente, ma che a mio avviso è assolutamente fuori dal tempo, non attuale e che farà pensare “questo riff l’ho già sentito”.

Flynn & co., fregandosene, hanno voluto fare qualcosa per loro, dopo tanti anni di carriera. Come andrà a finire? Time will tell.

Autore dell'articolo: Guido Penta

Guido Penta