No Review – “To Believe” di The Cinematic Orchestra: musica per città invisibili

La musica dei Cinematic Orchestra ha sempre proceduto lungo il confine che separa i sogni dalle illusioni, come fosse una lente immaginifica attraverso cui guardare il bordo delle cose mutevoli attorno a noi. “To Believe” è la sintesi ed il perfezionamento di una musica pensata per essere enorme e per saturare spazi sconfinati, immersa in una costante intensità tipica del collettivo britannico, ma con una tensione rivolta verso un’elettronica di stampo bristoliano di inizi anni ’90. 

I brani sono tutti di altissimo livello, suonati ed arrangiati con una cura maniacale nella gestione dei vuoti e pieni, strutturati su spire circolari che ammaliano proprio perché mosse da una meccanica emotiva che si attesta su frequenze di profonda empatia. Nonostante i Cinematic Orchestra conoscano bene certe dinamiche, i passaggi armonici che innescano il climax o le aperture da pelle d’oca; tutto è estremamente naturale nel suo sviluppo, oltreché coinvolgente e di grandissima classe. 

Il centro dell’universo sonoro di “To Believe” sono le sette voci, una per brano, di artisti provenienti da mondi diversi che il collettivo ha coinvolto nella descrizione di questa formidabile geografia dell’anima. L’iniziale To Believe è una delle tracce più toccanti della tracklist e la voce di Moses Sumney si adagia alla perfezione sull’arpeggio di chitarra, pronto a gonfiarsi allo spirare del maestrale drammatico richiamato dagli archi, mentre la successiva A Caged Bird /Imitations of Life registra la presenza del cantante giamaicano Roots Manuva che libera un mood urbano alla Massive Attack. Se con la strumentale Lessons siamo sul terreno di un chill out dal drumming minimalista che procede circolarmente per strati, con Wait for now / Leave the World si ha il perfetto esempio di sartoria pop di altissimo livello, impreziosito dalla splendida voce di Tawiah.

Dopo l’altro brano strumentale The workers of Art che contiene tutta la magnificenza del suono classico dei Cinematic Orchestra con il suo respiro da soundscapes, troviamo il soul di Zero One / This Fantasy, cantata da Grey Reverend, il cui imprinting è vicino alla sensibilità della label Ninja Tune, nonché alle vibrazioni di Josè Gonzales, di Fink o dell’infinita eleganza di Apparat. In chiusura, l’unica voce femminile, quella di Heidi Vogel nella splendida A Promise in cui gli archi coprono di preziosi arazzi un clima misterioso e senza tempo, prima di trasformarsi in un etereo drum and bass nelle cui vene scorre sangue frammisto a silicio.

Dopo dodici anni di silenzio, tanti ne corrono da “Ma Fleur” del 2007, i Cinematic Orchestra con “To Believe” superano l’alveo della loro comfort zone, puntando su un linguaggio più eterogeneo e svincolandosi dalla forza centrifuga della retorica. Il risultato è un disco di grande fascinazione, profondo e ricco di sfumature, nato per guardare lontano, verso l’orizzonte di città invisibili o all’interno delle cavità del cuore. 

Giuseppe Rapisarda 

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda
Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di "Outlandos d'Amour" dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.