“Rituals of Surrender” dei Cold in Berlin: un rituale gotico incompiuto [Recensione]

Gli incubi sono le proiezioni dell’inconscio, immagini deviate dalle nostre paure che risiedono in luoghi dell’anima pronti a fuoriuscire come creature notturne solo per ricordarci la nostra fragilità. La musica di “Rituals of Surrender”, il nuovo album dei britannici Cold in Berlin, rappresenta un invito all’abbandono alle forze oscure dell’Io con una sorta di rito sciamanico che esorcizzi i demoni interiori per accedere così al nucleo della sfera irrazionale. Dall’ascolto dell’album si avverte come la band si sia abbeverata alle fonti di un doom di ascendenza chiaramente sabbathiana, a fronte di una perenne monoliticità del suono ed un immobilismo dell’immaginario.

Purtroppo, il nuovo lavoro dei Cold in Berlin vive di alti e bassi. Il dato caratterizzante è innanzitutto una pomposa sovrastruttura scenica che rimanda ad una dimensione bucolica ancestrale in cui si mescolano formule di antichi sortilegi stregoneschi con un paganesimo che guarda alla Natura come Madre. La voce di Maya Berlin è ipnotica, come se intonasse una continua litania degli inferi vicina alle vibrazioni di Myrkur. La prospettiva su cui si muove la band deriva dall’attitudine dei capisaldi del rock hard seventies ed è influenzata da gruppi come Blue Cheer o Pentagram, così come dalle pose di Chelsea Wolfe (vedi Avalanche).

Le pulsazioni dell’opener The Power oscurano il sole come una eclissi che preannuncia l’approssimarsi di eventi nefasti, la successiva Dark Days inizia con un arpeggio che sa di anime perdute ed un incedere che lascia immaginare corpi di streghe bruciati sulle pire. La voce di Maya raggiunge ottimi livelli in Monsters, così come anche nell’inquietudine delle pieghe di Temples; tuttavia, con lo scorrere dei brani è proprio il cantato declamatorio a mostrare la corda, forse per l’assenza di sfumature e dinamica. In questo senso, il principale limite di “Rituals of Surrender” è quello di risultare sin troppo derivativo e privo di passaggi sopra la media rispetto alla qualità complessiva di una scrittura comunque interessante.

I Cold in Berlin avrebbero tutte le caratteristiche per puntare su una maggiore personalità delle soluzioni armoniche, invece di chiamare in causa un impianto scenico a tratti opprimente e fatto di cliché gotici ormai risaputi. Non mancano, in ogni caso, elementi di interesse come la conclusiva Sacred Ground, così ricca di suggestioni esoteriche e su cui si eleva una onnipresente voce incantatrice. La percezione che si trae dall’ascolto di “Rituals of Surrender” è quella di una suggestione magica che prevale su ogni cosa e che lascia residuare ben poco nella mente e nel cuore. Riteniamo che, continuando sulla stessa strada, la band corra il rischio concreto di rimanere invischiata nella folta selva di un genere (il dark – gothic- doom) esplorato in ogni latitudine e che alla lunga imprigiona chiunque.

Giuseppe Rapisarda

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda
Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di "Outlandos d'Amour" dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.