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No New – “Torino Chiama” e il talento raro di Guido Maria Grillo

Dopo due album pubblicati, “Guido Maria Grillo” e “Non è quasi mai quello che appare”, collaborazioni importanti con Paolo Benvegnù, Cristiano Godano e gianCarlo Onorato, produzioni teatrali e in attesa del terzo disco in studio, a marzo è uscito l’Ep TorinoChiama del cantautore salernitano Guido Maria Grillo. Lo abbiamo intervistato per parlare di questo progetto, che merita particolare attenzione e del quale ci occuperemo ancora, di arte e…

 

Esistono diverse scene musicali, in varie parti d’Italia, eppure quella torinese pare vivere di luce propria; c’è una vera collaborazione tra musicisti, una progettualità collettiva… come ti sei avvicinato a tutto ciò?

 

Per caso, in realtà. Era febbraio dello scorso anno, ero in tour. Mi sono imbattuto in una scena viva, pulsante, in cui la passione mi è sembrata essere la ragione fondante che muovesse addetti ai lavori, artisti e, dettaglio non secondario, pubblico. Sembra esserci una consapevolezza largamente diffusa e partecipata, in una parola, una “cultura”.

 

“Torino Chiama”, un EP registrato completamente in analogico in cui hai coinvolto, appunto, diversi musicisti della scena torinese. Come ha preso vita questo progetto?

 

È stata un’idea del team con cui ho, quasi da subito, iniziato a progettare e condividere intenti, The Goodness Factory. È stato un modo per avvicinarmi alla “scena” e gettare le basi per future collaborazioni. Per 3 giorni abbiamo allestito uno studio mobile in quel meraviglioso teatro che è il Cap10100 e lì abbiamo iniziato a giocare con canzoni scelte tra i miei precedenti dischi, ripensandole radicalmente. È stato uno splendido esercizio di condivisione che ha dato vita anche a nuove amicizie ed acceso reciproche stime.

 

Unico inedito di “Torino Chiama” è “Il Mostro”, ti va di raccontarci cosa si cela dietro questo brano?

 

“Il Mostro” è una malattia, silenziosa ed inesorabile, che divora dall’interno, facendo perdere “presenza” (nel senso antropologico del termine, cioè provocando una perdita di consapevolezza e di comprensione del “qui” e dell’ “ora”). Tutto qui, la canzone non è altro che la storia di una malattia ed il tentativo ultimo di sfuggirle.

 

 

Daniele Celona, Bianco, Marco Notari, Cecilia e Levante (al tuo fianco nel video di “Salsedine”, registrato nel backstage del Cap10100 durante il Reset Festival). L’interpretazione di ognuno di loro pensi abbia dato nuovi colori ai tuoi brani?

 

Essenzialmente nuovi. Le canzoni che abbiamo scelto vivono indiscutibilmente una nuova vita, rispetto alle versioni originali. L’attitudine live che le caratterizza le ha rese essenziali. Le ha denudate, mostrandone in maniera immediatamente intellegibile potenza e fragilità. Inoltre, il tempo trascorso rispetto a quando sono state composte ha certamente influito nell’ottica di una maturità stilistica e di una maggiore consapevolezza. Gli artisti che hanno collaborato con me hanno dato un enorme contributo al risultato finale, per gran parte del lavoro, direi che c’è stata una totale condivisione. Era esattamente questo risultato che si intendeva raggiungere.

 

Alla batteria e ai cori Max Magaldi con cui collabori da anni. Che sinergia c’è tra di voi?

 

Io e Max siamo, innanzitutto, amici. Quando il substrato è una profonda amicizia, si è già oltre la metà dell’opera. Max è anche un fidatissimo interlocutore quando si tratta di arrangiare, scegliere, pianificare. Abbiamo quasi iniziato insieme, da adolescenti, poi ci siamo ritrovati 2 anni fa e da allora collaboriamo quotidianamente.

Dietro a progetti come questo, dietro ad un percorso artistico come il mio, c’è un lavoro quotidiano, perseveranza e tenacia che coinvolgono tutte le persone che partecipano al progetto. Ogni passo è frutto di un lavoro di squadra per il quale devo sempre ricordare di esser grato.

 

Hai suonato tantissimo lungo l’intero stivale. Quanta attenzione e curiosità percepisci negli occhi di chi ti ascolta?

 

Tocchi un tasto delicato, a volte dolente, altre illuminante. In termini generali, direi che viviamo in un Paese che ha investito poco in certe forme di cultura (quando non le ha ostacolate). Pochissimo. La percezione è che dilaghi una cultura del disimpegno in ogni ambito, artistico e non. La diffusione di certo tipo di cultura ha condizionato palesemente il pubblico. Nello specifico, a proposito, dei miei live ho sensazioni altalenanti, variabili a seconda dei luoghi e dei target generazionali di riferimento. Inutile nascondere che la mia musica richieda un certo “impegno” che non tutti sono disposti a concedersi. Oggi più di ieri.

 

Sei un appassionato anche di teatro contemporaneo; nel 2008 hai debuttato con uno spettacolo scritto da te, “ME-DEA della sua grazia” e nel 2015 hai scritto, insieme a Francesca Falchi, “La Maledizione dei puri – se Pasolini e De Andrè”. Qual è la tua concezione di arte?

 

Larga. Larghissima. Sono appassionato di arte a tutti i livelli, tra questi c’è, certamente, il teatro di ricerca, il contemporaneo. Mi appassiona la capacità di alcuni artisti di mettere in scena, in carne ed ossa, fisicamente e plasticamente, straordinaria creatività e potente immaginazione. Mi piace chi osa. Sempre e in ogni campo.

Faccio fatica a definire “artista” chiunque suoni, canti, dipinga, reciti o altro. Anzi, non lo faccio mai. Tantomeno quando parlo di me. L’artista è, secondo me, colui a cui io possa attribuire una unicità, di qualsiasi genere. Chi sia in grado di inventare un linguaggio, chi mostri una nuova strada, chi sia in grado di rompere gli schemi e comunicare qualcosa di nuovo, interessante, non conosciuto, rivoluzionario. Detto ciò, come potrai capire, tendo a contarli sulle dita di poche mani.

 

Dove potremo vederti live nelle prossime settimane?

 

Nelle scorse settimane, dopo diversi mesi di tour (forse sarebbe meglio dire “anni”, dal momento che non ho mai fatto significative pause), ho vissuto quella meravigliosa esperienza degli opening act per Levante, nel suo fortunatissimo (meritatissimo) Nel Caos Tour. Spero di continuare così, di fare ancora tanti concerti su e giù per l’Italia e di poter veder crescere curiosità ed attenzione rispetto al mio percorso. Nel frattempo, sento forte l’esigenza di pubblicare un nuovo disco, con la ferma convinzione che sia necessario fare qualcosa di davvero “diverso”, impattante, bello.

 

 

 

 

 

 

 

Intervista a cura di Cinzia Canali

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Cinzia Canali nasce a Forlì nel 1984. Dopo gli studi, si appresta a svolgere qualunque tipo di lavoro, ama scrivere e ha la casa invasa dai libri. La musica è la sua passione più grande. Gira da sempre l'Italia per seguire più live possibili, la definisce la miglior cura contro qualsiasi problema.

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