No Review – “A Son” di Pan American: un intimo invito all’introspezione

“Che cosa fa la musica, da dove inizia la musica? Quanto può essere semplice? Quanto può essere onesta?”.

In un’epoca dominata da un’imperante capitalismo neoliberista, che impartisce insegnamenti come “la quantità è meglio della qualità” e il conseguente “apparire è meglio che essere”, quella sopra citata è una domanda che solo una limitata cerchia di protagonisti dell’attuale scena musicale oggi si pone. Una domanda, però, a cui Pan American, l’alter ego di Mark Nelson, già cantante e chitarrista dei Labradford, dà un’elegante risposta, mediante il suo nuovo e suggestivo album “A Son”.

A sei anni di distanza da “Cloud Room, Glass Room” (2013, Kranky), Pan American, il progetto musicale da solista di Mark Nelson, datato 1997, è tornato a pizzicare tanto le corde della chitarra quanto quelle del cuore di chi lo ascolta, e lo fa con “A Son”, pubblicato l’8 Novembre 2019 per l’etichetta Kranky. Suggestivo, intimo, ricco di semplicità e per lo più acustico, “A Son” è composto da nove canzoni scritte e registrate nella sua casa di Evanston, Illinois, e poi affinate durante la sua tournée in Europa. L’emozione che si percepisce fin dalle prime note è quella di una calda intima malinconia, capace di riscaldarti dal freddo di un crepuscolo autunnale.

Quindi, cosa fa la musica e da dove inizia? La risposta ad entrambe le domande, per Mark Nelson, è una sola: l’autoindagine, come fonte di riflessione e creazione. La musica, quella vera, può accompagnarti ad esplorare le profonde caverne del cuore per conoscere te stesso; la musica inizia dal momento in cui assumi l’esatta conoscenza del tuo Io più profondo.

L’album si apre con Ivory Joe Hunter, Little Walter, che sembra dare il benvenuto all’ascoltatore mediante un dolce martellamento delle corde del dulcimer, strumento che ritornerà, successivamente, con una più efficace Kept Quiet. L’indagine interiore inizia con la seconda traccia, la ballad Memphis Elena, e significative in questo senso sono le prime parole della stessa (nonché di tutto l’album): “I’m away from home and time / we left it all behind”, come a dire “ok, adesso basta fare finta di nulla e cedere alle distrazioni pur di non pensare, occorre scavarsi dentro”.

E così Mark Nelson tende la mano all’ascoltatore per intraprendere insieme questa indagine interiore. Quella a cui invita, però (o per fortuna), è un’indagine profonda che ha come obiettivo ultimo arrivare alla semplicità, alla chiarezza e alla purezza, proprio come questo album. Perché A Son è un album fatto di musica essenziale, a tratti nuda, un concept la cui caratteristica portante è una sola: la semplicità. Non ha bisogno di marchingegni, sovrastrutture, synth estremizzati, bastano semplicemente delle “chitarre sonnambule”, come in Sleepwalk Guitars, e, talvolta, una voce profonda, come in una meravigliosa Drunk Father, e la magia è fatta.

“A Son” è l’esatta applicazione di quella filosofia dell’architettura secondo cui “less is more”, ovvero, la costruzione di un edificio ispirato al concetto dell’essenzialità (il meno) porta al raggiungimento del miglior risultato (il di più). Ecco, con “A Son”, Pan American diventa un vero e proprio architetto della musica: il baluardo di un minimalismo formale a cui giungere attraverso un lavoro di sottrazione, in un processo creativo di continua ricerca della semplicità. Abbandonate ogni difesa, o voi che ascoltate, lasciatevi trasportare dall’intimità proposta da A Son”, e permettete a Mark Nelson di accompagnarvi in questo meraviglioso viaggio alla ricerca del vostro Io più recondito. Non ve ne pentirete.

Adriana Stancapiano

Autore dell'articolo: Adriana Stancapiano

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Mi basta poco per essere felice: la musica. Fervente nemica di ogni tipo di pregiudizio