Heaven and Earth

No Review – “Heaven and Earth”, il pellegrinaggio spirituale di Kamasi Washington

È certamente un compito improbo quello di recensire lavori maestosi come l’ultima opera di Kamasi Washington, in quanto nelle poche battute di un articolo come questo è impossibile raccontare le tante sfumature di un’opera così voluminosa ed assai ostica per l’ascoltatore medio dell’attuale “epoca dello streaming”.

Prima di cimentarci in quest’impresa, è stato inevitabile il confronto con altre visioni sull’opera, nelle quali sono emersi molti pareri discordanti: dalle affermazioni sul citazionismo troppo marcato alla prolissità dell’opera, dal fatto che il sax di Kamasi a volte resti in secondo piano rispetto alle esecuzioni del suo – meraviglioso – ensemble, alla ripetitività dei brani, per giungere addirittura alla mancanza di innovatività rispetto ai canoni standard. Insomma, abbiamo scoperto varie critiche non del tutto negative che tuttavia sono andate ad inficiare il giudizio complessivo di quest’album, portando a concludere che “sì, certo, Kamasi Washington è bravo, eppure…”

…eppure, dopo ripetuti ascolti, queste seppur legittime e ben argomentate considerazioni non ce la siamo proprio sentita di farle nostre, per cui abbiamo proceduto con l’unica cosa da fare: tabula rasa di ogni opinione, vinile sul piatto e via con vari “ascolti senza pregiudizi”. Un approccio come questo potrebbe sembrare una tortura, se “Heaven and Earth” nelle sue quasi due ore e mezza fosse un lavoro noioso, insignificante o con palesi difetti, ma in realtà non lo è affatto.

Mentre il precedente “The Epic” nelle sue divagazioni space jazz sperimentali sapeva essere un fantastico ottovolante jazz, “Heaven and Earth” vuole a tutti gli effetti essere un lavoro assai più complesso, giocato su simmetrie e giochi di specchi musicali contenuti al proprio interno. L’artista e la sua ensemble costruiscono  un profondo senso di armonia, che attraversa questo concept per intero con l’intenzione di trasporre in musica le dinamiche della vita umana sul pianeta, nella sua perenne sospensione fra terra e carnalità, cielo e spiritualità, ascesa e caduta dell’uomo all’interno di questo yin/yang musicale: è la musica della vita e del movimento del pianeta stesso all’interno delle sfere celesti, tutto in quest’universo si muove, armoniosamente ed inesorabilmente, ed anche i saltuari movimenti repentini che sembrano interrompere questa dinamica, in realtà contribuiscono al suo continuum.

Questa digressione cosmica vuole preludere ad una considerazione: quest’album va ascoltato e considerato nella sua interezza. I giochi costruttivi sono tanti, a partire dalla strutturazione: pur intitolandosi “Heaven and Earth”, quella che ci ritroviamo ad ascoltare per prima è proprio la musica della terra e l’opener “Fists of Fury”, in piena contrapposizione ai voli cosmici di “The Epic”, suona a tutti gli effetti come il brusco atterraggio di una navicella di rientro da una missione cosmica; è una prima parte composta da musica sensuale e ritmata pervasa da un afflato spirituale che si concretizza solo in “Heaven”, la seconda parte del concept in cui si compie l’ascensione verso la dimensione celeste, fatta di suoni cristallini ma nel contempo pervasa da un forte senso di gravità, quasi fisico, che rende difficile spiccare completamente il volo cercando di riportare l’ascoltatore verso il mondo terreno. Una tensione continua, eppure bilanciata fra i due estremi.

Potremmo tuttavia prendere una strada diversa e considerare questa nuova “opera magna” come un compendio della storia del ritmo, nella quale il sax di Kamasi, coi suoi assoli discreti e quasi rispettosi al confronto della sua magnifica orchestra, ci conduce in un meraviglioso viaggio all’interno della storia della musica black più raffinata, dal jazz classico e patinato, carico di profonda sensualità, a quello più futuristico ed avanguardista con frequenti momenti strumentali che mi hanno ricordato, se proprio vogliamo fare nomi, la musica senza tempo di Van Der Graaf Generator e Soft Machine.

Oppure ancora, se volessimo optare per la soluzione più semplice, citerei testualmente le parole dello stesso Kamasi Washington, riportate all’interno dell’artwork:  “The world my mind lives in, lives in my mind”, siamo creatori del mondo in cui viviamo e, contemporaneamente, creazioni del nostro stesso universo personale, perciò “Heaven and Earth” è un viaggio spaziale, temporale ma anche spirituale, tre dimensioni assolutamente inscindibili nella vita dell’uomo secondo l’artista.

Di Kamasi Washington mi hanno colpito da sempre la versatilità e la curiosità musicale, fattori che lo hanno portato a collaborare con artisti agli antipodi quali Kendrick Lamar e Quincy Jones tanto per dire, oltre a quel senso di ieraticità trasmesso dalla sua figura umana, capace di suscitare da un lato imponenza, dall’altro un profondo senso di delicatezza e rispetto per il mondo che lo circonda, come potemmo constatare dal vivo durante il concerto del 25 agosto 2016, al Circolo Magnolia di Milano: non appena salito sul palco, salutò l’esiguo ma entusiasta pubblico invitandolo ad un minuto di raccoglimento in memoria delle vittime del terremoto che il giorno prima aveva devastato la nostra “meravigliosa terra, che tanto gentilmente aveva accolto lui e la sua orchestra”, per poi condurci in un viaggio incredibile all’interno della sua arte musicale.

È un esploratore attento, curioso e lento Kamasi Washington, ed è inevitabile che questo suo modo di essere profondamente umano si ritrovi all’interno dei suoi album; pur ribadendo il fatto che “Heaven and Earth” non è un album rivoluzionario all’interno della storia del jazz, ma avrà modo di trovare tranquillamente la propria collocazione al suo interno, abbiamo timore che  il precedente hype consolidatosi attorno a “The Epic” ed alle innumerevoli,  illustri collaborazioni del nostro stia penalizzando alquanto il giudizio su quest’ultima pubblicazione. 

Pur rispettando ogni gusto ed opinione, vogliamo dare un’unica indicazione preliminare ad un ascolto tanto piacevole quanto impegnativo, invitando l’ascoltatore a prendersi tutto il tempo necessario per potersi godere l’album nella sua interezza, poiché i suoi giochi di simmetrie sonore e strutturali mal si prestano ad un ascolto distratto e “random”: è un ascolto introspettivo e meditativo, quello che serve per poter esperire al meglio questo lungo viaggio, ma credeteci, ne vale davvero la pena.

P.S.: se acquistate la versione fisica dell’album, LP o CD che sia, tagliate con cura la linea tratteggiata del cartone divisorio centrale, troverete…

Earth

01. Fists of Fury

02. Can You Hear Him

03. Hubtones

04. Connections

05. Tiffakonkae

06. The Invincible Youth

07. Testify

08. One of One

Heaven

09. The Space Travelers Lullaby

10. Vi Lua Vi Sol

11. Street Fighter Mas

12. Song for the Fallen

13. Journey

14. The Psalmnist

15. Show Us the Way

16. Will You Sing

(Kamasi Washington – 25-08-2016 Circolo Magnolia, MI)

 

 

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola