No Review – “Volume Quattro” di Paolo Spaccamonti: il crepuscolo di città invisibili

Paolo Spaccamonti è un artista il cui percorso si attesta sul terreno della ricerca del suono e delle sue infinite potenzialità come veicolo di una espressione intima e lacerante. L’ascolto di “Volume Quattro”, l’ultimo album del compositore torinese, è una sorta di viaggio al termine della notte di città invisibili rischiarate solo da tenui luminescenze al fluoro che disegnano sull’asfalto ombre mutevoli e sfuggenti. Gli undici brani dell’album sono attraversati da una tensione latente, da una energia oscura e vitale che riempie le vene di un corpo fatto di elettricità e vuoti infiniti, di solitudine come linguaggio dell’anima. E’ proprio la solitudine l’elemento cardine di “Volume Quattro”, ciò che costituisce la dimensione entro cui si colloca lo sviluppo della scrittura di Spaccamonti, qualcosa che fa risalire ad una immersione ancestrale nel liquido amniotico dei ricordi.

 

In questo ultimo lavoro il musicista ha deciso di intraprendere un cammino in solitaria, considerato che “Volume Quattro” arriva un anno dopo “CLN” in coppia con il chitarrista Arbeit (Einstürzende Neubauten e Automat) e a due anni dalla colonna sonora del film “I Cormorani” condivisa con il trombettista Ramon Moro, raggiungendo l’apice di una sintesi artistica di grande spessore. 

Nel disco c’è tutto l’apparato emotivo di Spaccamonti, tutta la sua innata capacità di definire tanto gli spazi dell’inquietudine, quanto la fragilità di quei sottili equilibri che fa vibrare nei riverberi delle corde, nei delay, così come nel ritorno ciclico dei loop che si stratificano di sostanza sonora. 

L’opener Cuocere verdure e fare il brodo con le ossa è un’alba innervata di elettricità apocalittica che potrebbe mutuare la propria magniloquenza dalle visioni anarchiche dei Godspeed You! Black Emperor, la successiva Ablazioni è un cuore sintetico che batte avviluppato su una chitarra nera orientata sul versante new wave, Nina vive di languori che potrebbero appartenere ad un assorto Bill Frisell. Con Nessun codardo tranne voi (lecito immaginare un ipertesto che conduce a I Might be Wrong dei Radiohead) lo sferragliare della chitarra spalanca uno scenario di desolazione in cui trovare il drammatico cinismo di Morricone immerso in una formalina noise, con Un gelido inverno il tempo si ripiega in una sospensione del respiro dove il suono è filtrato da un pedale volume che satura l’aria liberando arpeggi eterei; interessante il tessuto noir di Rimettiamoci le maschere in cui tutto sembra esplodere da un momento all’altro, così come le vampe industrial di Fumo negli occhi. Da segnalare le dilatazioni ambient di Luce che rimandano alle sperimentazioni di Robert Fripp e Brian Eno, mentre in chiusura troviamo le nebbie metalliche di Diagonal a disegnare il crinale di un baratro oltre il quale tutto smette di esistere.

Volume Quattro” è un disco immaginifico, colto nei rimandi e profondo nella struttura di brani che sembrano infiniti per concezione: è quasi come se i droni finali di Diagonal continuassero anche dopo il tempo del disco, in un continuum onirico che non appartiene al presente. Prova notevole.

Giuseppe Rapisarda

    

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda
Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di "Outlandos d'Amour" dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.