RosGos Lost In The Desert

Ros Gos: viaggio nel deserto interiore [Recensione]

Quanti dischi avrebbero il coraggio di iniziare da uno dei pezzi più intimi, voce e chitarra? Soprattutto in quest’epoca in cui si cerca di acchiappare l’ascoltatore a qualunque costo, con bpm sostenuti e ritornelli dopo 45 secondi. Ros Gos, al secolo Maurizio Vaiani, invece mette in chiaro le cose subito. In Lost In The Desert non si cercano stream e follower. Questa è musica messa a nudo. Voce, chitarra, anima: prendere o lasciare. 

Il paesaggio desertico evocato dal titolo, comunque, non tarda a popolarsi di colori e visioni e già dalla seconda canzone, il singolo Standing In The Light, traccia le proprie coordinate: batteria sostenuta, chitarre avvolgenti, effetti di produzione che esaltano le qualità ambientali ed evocative degli strumenti. Il sound è quantomai analogico, avvolgente, erede tanto dell’intimismo folk quanto dell’alternative rock anni ’90, con una propensione per le sfumature oscure. Basti ascoltare il riff che percorre tutta Telephone Song, prima di esplodere nei fuochi d’artificio noise del finale. Inaspettate, nel corso della tracklist, arrivano anche una drum machine analogica e momenti marziali che confessano una certa fascinazione new wave. 

Queste molteplici influenze, comunque, sono sempre metabolizzate e tenute insieme da una produzione eccellente, che mantiene in tutte le canzoni lo stesso orizzonte, tremolante e sfocato, di questo deserto immaginario in cui Ros Gos ci accompagna. Più che di America sa di deserto interiore. Non ti aspetti di imbatterti in una pompa di benzina ma in una fata morgana, che potrebbe assumere le fattezze di una persona che non vuoi dimenticare, o della nemesi che vorresti non apparisse. Si potrebbe nominare Mark Lanegan, ma Ros Gos è molto meno luciferino, molto umano. 

La sincerità messa in campo fin dalla prima traccia rimane la stessa per tutto il disco, e tocca vette di commozione nella crepuscolare To Daydream o nelle conclusiva 17, in cui i fantasmi evocati dal disco si uniscono in un coro, fra i riverberi della chitarra che sfumano all’orizzonte.

Dischi brutti ne circolano molti, ahinoi. Ma anche dischi belli, lo sappiamo. I dischi con un’anima invece sono rari, e quando si trovano vanno considerati preziosi.

Autore dell'articolo: Andrea Liuzza

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